Sì al regolamento rimpatri: avanzano i return hub nei paesi terzi

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Redazione Esteri Redazione Esteri   -   Il via libera formale del Consiglio Ue al regolamento rimpatri è arrivato ieri, nel corso della riunione dei ministri degli Interni dei 27 a Lussemburgo. Si tratta dell'ultimo passaggio prima dell'entrata in vigore delle nuove norme, che sarà immediata per alcune disposizioni e scatterà dopo un anno per quelle che richiedono lavoro preparatorio. Il testo adottato introduce un elemento destinato a pesare in modo rilevante: la possibilità per gli stati membri di realizzare centri per i rimpatri in paesi terzi, i cosiddetti return hubs.

Il quadro operativo delle nuove norme

Le regole comuni prevedono un ordine europeo di rimpatrio, il documento sul quale gli stati membri dovranno inserire gli elementi chiave della decisione di allontanamento, in modo da rendere riconoscibili le decisioni emesse dagli altri governi dell'Unione. Il riconoscimento reciproco resta però volontario, per ora: sarà rivalutato tre anni dopo l'entrata in vigore e solo allora la Commissione potrà presentare una proposta legislativa per renderlo obbligatorio.

Per chi non ha diritto a restare scattano obblighi di collaborazione con le autorità, il cui mancato rispetto può comportare sanzioni. Si va dalla riduzione di benefici e indennità previsti dalla legge nazionale, al rifiuto degli incentivi destinati a promuovere il rimpatrio volontario, fino a sanzioni finanziarie o penali, laddove siano contemplate dall'ordinamento dello stato membro.

Per i soggetti che rappresentano un rischio per la sicurezza sono previste misure specifiche: il divieto di ingresso può diventare a tempo indeterminato, se giustificato e proporzionato, e la detenzione può superare i 24 mesi.

I return hub e i limiti dell'accordo

La novità più discussa riguarda i centri in paesi extra Ue. Le nuove norme consentono di allontanare verso queste strutture le persone prive del diritto di rimanere che hanno ricevuto una decisione di rimpatrio, a condizione che sia stato concluso un accordo o un'intesa con il paese terzo interessato. L'intesa può essere firmata solo con paesi che rispettano gli standard internazionali in materia di diritti umani e i principi del diritto internazionale, incluso il principio di non respingimento. I minori non accompagnati sono esclusi da questi accordi.

Secondo la Commissione europea, che ha descritto i rimpatri come il tassello mancante del patto, circa due persone su tre tra quelle destinatarie di un ordine di allontanamento non lasciano effettivamente il territorio dell'Unione.

Le risposte dopo la crisi di Ceuta

Il regolamento si innesta sul patto sulla migrazione e l'asilo, in applicazione dal 12 giugno 2026, e arriva dopo un'estate segnata dagli eventi di Ceuta. Tra il 30 e il 31 luglio decine di migliaia di persone, in prevalenza marocchine, hanno attraversato la frontiera verso l'enclave spagnola in Nord Africa, spingendo Madrid a schierare l'esercito. Nello stesso giorno del via libera al regolamento, la Commissione ha aggiornato i ministri sui nuovi piani per rispondere a future emergenze, un pacchetto in cinque punti presentato il 29 settembre.

Il piano prevede una cooperazione rafforzata con i paesi partner su monitoraggio e allerta precoce, il rafforzamento delle frontiere esterne con un ruolo più incisivo di Frontex, il potenziamento della sorveglianza e dei sistemi di allerta, il contrasto alle reti di trafficanti e, appunto, il rafforzamento dei rimpatri.

La partita dell'attuazione

Sul tavolo dei ministri è finita anche la questione dell'attuazione del patto, con la Commissione che ha fornito un resoconto orale in attesa del report di fine ottobre. Il commissario agli Affari interni Magnus Brunner ha spiegato che le riforme funzionano e che i numeri lo dimostrano, ma ha aggiunto che occorre continuare a evolversi. La Grecia ha proposto un meccanismo per sospendere temporaneamente le domande di asilo in caso di arrivi su larga scala considerati strumentalizzati, ipotesi sulla quale Germania, Austria, Danimarca e Polonia si sono dette disponibili a ragionare.

Restano inoltre sul campo le conseguenze della crisi di Ceuta, compresa l'estensione dei controlli Schengen tra Madrid e Roma, per la quale la presidenza irlandese ha auspicato una rapida cessazione.

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