Migranti, l’Italia spinge in Ue il "modello Albania": hub nei paesi terzi per i rimpatri
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Redazione Esteri
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La crisi dell'enclave spagnola di Ceuta, travolta nei giorni scorsi da un improvviso e massiccio arrivo di migranti, ha fornito la scintilla per un'accelerazione politica che, in realtà, era già in cantiere da tempo. L'Italia, forte del suo controverso protocollo con l'Albania, si appresta a giocare la partita decisiva in sede europea, con l'obiettivo di trasformare quella che era stata una sperimentazione unilaterale in una strategia condivisa per la gestione dei flussi migratori.
La proposta, che verrà formalmente presentata dal ministro dell'Interno Matteo Piantedosi durante la riunione straordinaria del Consiglio dei ministri dell'Interno dell'Unione europea, convocata per martedì 4 agosto dalla presidenza irlandese, mira a creare hub per i rimpatri al di fuori dei confini continentali, replicando il meccanismo già in atto a Shengjin e Gjadër, con la differenza sostanziale che i costi, questa volta, dovrebbero essere sostenuti da Bruxelles.
Un'idea che viene da lontano
L'ipotesi di estendere il cosiddetto "modello Albania" al resto d'Europa non è nuova. Era già stata avanzata dalla premier Giorgia Meloni alla fine di giugno, subito dopo l'approvazione del nuovo regolamento europeo sui rimpatri.
L'emergenza di Ceuta, con le sue immagini di migliaia di persone che hanno forzato le barriere, ha offerto l'occasione per rimettere il tema al centro dell'agenda, trasformando un progetto inizialmente accolto con freddezza da molti partner in una proposta concreta su cui discutere, forte del sostegno di ben 22 Stati membri che hanno chiesto la convocazione d'urgenza. Non si tratta, insomma, di una reazione a caldo, ma del tentativo di cavalcare un evento per costruire un consenso politico che, fino a poche settimane fa, sembrava più difficile da raggiungere.
Il meccanismo: centri in paesi terzi e fondi Ue
Il piano italiano è ambizioso e si articola su due direttrici principali. Da un lato, la creazione di strutture per il trattenimento e l'identificazione dei migranti in paesi terzi considerati sicuri, come Uganda e Montenegro, ma anche Ruanda, Libia e Senegal. Dall'altro, la richiesta che questi hub possano essere finanziati con risorse del bilancio comunitario, sollevando l'Italia dall'onere di sostenere da sola i costi, che per la sola struttura albanese, ancora lontana dalla piena operatività, sono già stati ingenti.
L'operazione, come è facile intuire, presenta complessità enormi, non solo di natura logistica ma anche giuridica e diplomatica. Il nodo dei fondi, in particolare, rischia di essere il più spinoso, poiché richiederebbe un cambio di paradigma nelle politiche di bilancio dell'Unione, finora restie a investire in progetti di questo tipo al di fuori dei propri confini.
Il contesto: la crisi di Ceuta e il ruolo della Spagna
Il riferimento a Ceuta non è casuale. L'enclave spagnola, situata sulla costa nordafricana e da sempre un punto caldo delle rotte migratorie, con la sua storia di contese territoriali e di frontiera tra Europa e Africa, incarna plasticamente le difficoltà di gestire i flussi in modo concertato.
La richiesta di 22 paesi di discutere dell'emergenza in una sede straordinaria dimostra quanto l'episodio abbia scosso le cancellerie europee, anche se la riunione non servirà a delineare una risposta immediata all'emergenza, quanto piuttosto a gettare le basi per un cambiamento strutturale. Per il governo italiano, la partita si gioca anche su un altro fronte: quello della propaganda politica.
Con le elezioni europee all'orizzonte, poter rivendicare un ruolo da apripista in una politica migratoria dura e condivisa rappresenterebbe un risultato di peso da spendere in campagna elettorale, a prescindere dai concreti esiti operativi dell'iniziativa, che si scontra con un dato di realtà: i rimpatri forzati sono in calo rispetto agli anni precedenti e il centro di Gjadër ha finora rimpatriato solo una frazione irrisoria dei migranti trattenuti.
Critiche e questioni aperte
Non mancano, naturalmente, le voci critiche. Organizzazioni per i diritti umani come Amnesty International hanno più volte definito questi meccanismi di esternalizzazione come un "nuovo punto più basso" per il trattamento dei migranti, denunciando il rischio di detenzioni arbitrarie e di un sistematico svuotamento del diritto d'asilo. Il modello Albania, del resto, è stato finora caratterizzato da un elevato contenzioso giudiziario e da una scarsa trasparenza, oltre che da costi spropositati rispetto ai risultati ottenuti.
L'ambizioso piano italiano, insomma, si trova a dover conciliare le pressioni di una parte dell'opinione pubblica e dei partner europei, che chiedono soluzioni, con le oggettive difficoltà di creare un sistema legale, efficace e rispettoso dei diritti fondamentali al di fuori dei propri confini. La partita che si apre domani a Bruxelles è solo il primo atto di una lunga e complessa trattativa, i cui esiti sono tutt'altro che scontati.
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