Il Ruanda apre al modello Albania: "Trattative con l'Italia" per gli hub dei migranti
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Redazione Esteri
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Il governo di Kigali ha confermato di aver avviato "discussioni preliminari" con l'Italia e altri Stati europei per la realizzazione di centri destinati alla gestione dei migranti irregolari, sul modello di quanto già sperimentato in Albania. La portavoce dell'esecutivo ruandese, Yolande Makolo, ha dichiarato all'agenzia France Presse che "nulla è stato ancora deciso", sebbene in precedenza avesse già riferito alla radio Royal FM dell'esistenza di colloqui in corso con Roma, utilizzando l'espressione "stiamo trattando".
La strategia italiana e il quadro europeo
La mossa del Ruanda si inserisce in un più ampio disegno portato avanti dal governo italiano, che punta a estendere il cosiddetto "modello Albania" ad altri Paesi terzi. Nel corso del Consiglio europeo straordinario dei ministri dell'Interno, convocato dopo la crisi di Ceuta, il ministro Matteo Piantedosi ha presentato una proposta che individua tre nazioni africane – Ruanda, Uganda e Ghana – come possibili sedi per i nuovi hub.
L'obiettivo dichiarato è quello di esternalizzare le procedure di identificazione e rimpatrio dei migranti che non hanno i titoli per restare nel Vecchio Continente, chiedendo peraltro che tali strutture vengano finanziate con fondi comunitari. La strategia di Roma prevede inoltre l'utilizzo di una leva economica, legando i vantaggi daziari del programma Gsp+ all'effettiva collaborazione dei Paesi ospitanti nei rimpatri.
Il precedente del Regno Unito e i dubbi sul sistema
Non è la prima volta che il Ruanda viene preso in considerazione come destinazione per i migranti respinti dall'Europa. Nell'aprile del 2022, il governo britannico guidato da Boris Johnson firmò un accordo con il Paese africano per trasferirvi alcuni richiedenti asilo, con l'intenzione di valutare lì le loro richieste di accoglienza.
Quel piano, tuttavia, si è rivelato un fallimento: bloccato da una rete di ricorsi legali, venne infine bocciato dalla Corte suprema britannica nel novembre 2023, che giudicò fondato il rischio che i migranti potessero essere respinti verso i Paesi da cui fuggivano senza adeguate verifiche. Il progetto fu poi definitivamente accantonato dall'esecutivo laburista di Keir Starmer nel 2024, prima che i trasferimenti forzati potessero effettivamente iniziare.
La stessa portavoce Makolo ha cercato di rassicurare sull'affidabilità del Paese, dichiarando che l'obiettivo attuale del Ruanda è "dare alle persone una casa" per evitare le stragi durante le traversate, menzionando l'esperienza del Meccanismo di transito d'emergenza (Etm) di Gashora, un programma umanitario per rifugiati evacuati dalla Libia che ha già ospitato oltre tremila persone.
I costi e le criticità del "modello Albania"
Proprio l'esperienza albanese, che il governo italiano intende replicare, solleva più di un'interrogazione sulla reale efficacia e sostenibilità del progetto. I centri realizzati a Shëngjin e Gjadër hanno comportato un costo iniziale superiore ai 140 milioni di euro, a fronte di una spesa totale prevista che si aggira intorno ai 650 milioni, ma i flussi di migranti gestiti sono stati finora infinitesimali rispetto alle stime iniziali che prevedevano fino a 36.000 ingressi all'anno.
A questi dati si aggiungono le perplessità sollevate da esperti come l'ex capo della polizia Franco Gabrielli, il quale ha definito la soluzione degli hub extraterritoriali "non facilmente praticabile", sottolineando come il problema principale rimanga il rapporto con i Paesi di origine e come, nel centro albanese riconvertito in Cpr, le espulsioni effettive si attestino a un misero 15 per cento.
La materia si scontra inoltre con un quadro giuridico complesso, fatto di norme nazionali, europee e internazionali, che rende incerta la stessa sopravvivenza dei centri albanesi, in attesa di due sentenze della Corte di giustizia europea previste per settembre.
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