Migranti, il modello Albania al centro del vertice Ue: la sfida degli hub in Africa

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Redazione Esteri Redazione Esteri   -   La crisi migratoria di Ceuta, dove nelle ultime ore di luglio decine di migliaia di persone hanno forzato il confine tra Marocco e Spagna, ha riacceso con prepotenza il dibattito europeo sulla gestione dei flussi. In questo contesto, il cosiddetto "modello Albania" promosso dal governo italiano è stato rilanciato come possibile paradigma per l'intera Unione, e sarà al centro della riunione straordinaria dei ministri dell'Interno convocata per il 4 agosto su iniziativa di Roma e Copenaghen, dopo che una lettera in tal senso è stata sottoscritta da ben 22 Stati membri.

L'Italia, e in particolare il ministro dell'Interno Matteo Piantedosi, si farà portavoce di un piano ambizioso che mira a trasformare gli hub per i rimpatri in paesi terzi da un progetto nazionale a una politica strutturata e condivisa a livello comunitario, finanziata con fondi europei.

Da Shëngjin e Gjadër a Ruanda, Uganda e Ghana: la proposta italiana

Il modello che l'Italia intende esportare è, nelle intenzioni, un'evoluzione dei centri di Shëngjin e Gjadër, realizzati in Albania grazie a un protocollo bilaterale. L'idea di fondo è quella di creare strutture simili in altri paesi extra-Ue, dove trasferire i migranti irregolari per gestire le procedure di identificazione e rimpatrio, senza che questi mettano piede sul suolo europeo.

La novità sostanziale risiede nella volontà di superare l'approccio bilaterale per abbracciarne uno comunitario: non più l'Italia da sola, ma una cabina di regia europea che coinvolga più Stati membri, a partire da Danimarca, Austria e Olanda, per finanziare e gestire questi hub. Sul tavolo del vertice di oggi, Piantedosi dovrebbe presentare una lista ristretta di tre nazioni africane con cui avviare progetti pilota: Ruanda, Uganda e Ghana, paesi nei quali i negoziati sarebbero già stati avviati da Germania e Danimarca.

A queste si aggiungono, in una lista preliminare più ampia, altre nazioni come Senegal, Tunisia, Libia, Mauritania, Egitto, Montenegro ed Etiopia. L'obiettivo, secondo fonti di governo, sarebbe quello di inaugurare i primi centri già nel 2027.

Il contesto della crisi di Ceuta e le frizioni tra Stati membri

La spinta decisiva per convocare il vertice è arrivata dagli eventi di Ceuta, dove tra il 30 e il 31 luglio circa 50.000 persone hanno valicato il confine, approfittando di una sentenza della Corte Suprema spagnola che impediva i respingimenti immediati in assenza di una barriera fisica. La maggior parte dei migranti è già stata rimpatriata volontariamente in Marocco, ma la crisi ha provocato almeno 72 morti e ha scatenato forti tensioni politiche all'interno dell'Unione.

La risposta dell'Italia, che ha annunciato la sospensione per un mese dell'accordo di Schengen con la Spagna, è stata giudicata "egoista" e "impropria" dal premier spagnolo Pedro Sánchez, che ha accusato alcuni partner di mancare di solidarietà e di rispettare solo in modo selettivo i trattati europei. Questa mossa, definita da molti osservatori come un atto di propaganda politica più che un provvedimento concreto, ha evidenziato una spaccatura tra i governi dell'Unione e ha di fatto isolato la Spagna, rimasta ormai l'unico grande paese europeo con un esecutivo progressista.

I nodi giuridici e il contenzioso aperto sul modello Albania

La proposta italiana, per quanto sostenuta da un fronte ampio di paesi, si scontra con non poche incertezze di natura giudiziaria. Il centro di Gjadër, formalmente inaugurato nell'ottobre 2024, è di fatto rimasto un progetto incompiuto a causa di una serie di pronunce dei giudici italiani che hanno messo in discussione la possibilità di applicare in automatico la definizione di "paese sicuro", condizione necessaria per le procedure accelerate di frontiera su cui si basa l'intero meccanismo.

Nell'ottobre 2024 il Tribunale di Roma aveva già negato la convalida dei trattenimenti per i primi migranti trasferiti in Albania, mentre la Cassazione è successivamente intervenuta più volte, fino a rimettere alla Corte di Giustizia dell'Unione Europea nuovi interrogativi sulla compatibilità del sistema con il diritto europeo.

A complicare ulteriormente il quadro è stata la sentenza della Grande Sezione della Corte di Giustizia Ue del 1° agosto 2025, che ha stabilito che un paese terzo può essere designato come "sicuro" solo se garantisce protezione a tutta la popolazione su tutto il territorio nazionale. Un paletto che, di fatto, incide direttamente sul presupposto giuridico del modello Albania e che rende complessa l'estensione del progetto ad altre nazioni.

Leva commerciale e prospettive future del piano italiano

Il pacchetto di proposte che l'Italia porterà al vertice non si limita alla sola creazione di hub fisici. Roma chiederà anche l'applicazione stringente del programma SPG+ (Sistema di Preferenze Generalizzate Plus), un regime commerciale dell'Unione che azzera i dazi doganali per i paesi in via di sviluppo più vulnerabili in cambio del rispetto di standard internazionali su diritti umani, lavoro e tutela ambientale.

Dal 1° gennaio 2027, la nuova versione del programma collegherà esplicitamente questi vantaggi commerciali alla collaborazione dei paesi terzi sui rimpatri, trasformando il commercio in una leva negoziale complementare alla politica migratoria.

L'Italia chiederà inoltre l'attuazione della "Dichiarazione di Chisinau", firmata tre mesi fa da 46 Stati del Consiglio d'Europa, che punta a una revisione dei regolamenti della Corte europea dei diritti dell'uomo per adeguare il quadro giuridico internazionale alle sfide della migrazione irregolare, ponendo maggiore enfasi sulla sicurezza pubblica e sul diritto sovrano degli Stati di controllare i confini.

Un piano complesso, quindi, che combina strumenti giuridici, finanziari e commerciali per cercare di rendere gli hub per i rimpatri non solo una realtà fisica, ma anche una politica sostenibile e, nelle intenzioni del governo, "a prova di giudice".

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