Hegseth sotto pressione, mentre un nuovo raid Usa nel Pacifico fa quattro vittime
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Redazione Esteri
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L’ordine è partito direttamente dal Segretario alla guerra Pete Hegseth, una figura la cui posizione all’interno dell’amministrazione Trump appare sempre più traballante. Quest’ultima operazione, presentata ufficialmente come un colpo inferto al narcotraffico, si è concretizzata in un attacco aereo contro una imbarcazione che solcava le acque internazionali del Pacifico orientale. Il Comando Sud degli Stati Uniti, diffondendo un video dell’azione, ha dichiarato senza mezzi termini che l’obiettivo era una nave gestita da una “Organizzazione Terroristica Designata”, la quale, secondo le informazioni dei servizi, trasportava un carico di stupefacenti lungo una rotta consolidata. L’esito, prevedibilmente letale, ha portato alla morte di quattro persone, aggiungendosi a un bilancio complessivo di operazioni analoghe che, stando ai conteggi, supera ormai le ottantacinque vittime.
La strategia contestata e il caso Signal
La campagna militare, che il Southern Command continua a documentare attraverso i social network con filmati spesso drammatici, non si limita al solo teatro pacifico, ma si estende anche alle calde acque dei Caraibi. Proprio questa insistenza operativa, tuttavia, ha sollevato un vespaio di polemiche, sia per le modalità d’intervento sia per le loro conseguenze geopolitiche, contribuendo a minare la già fragile stabilità del capo del Pentagono. A complicare ulteriormente il quadro per Hegseth, del resto, sono emerse recenti rivelazioni contenute in un rapporto interno che investiga l’utilizzo, da parte di alti funzionari, dell’applicazione di messaggistica Signal, notoriamente apprezzata per i suoi standard di cifratura end-to-end. Sebbene i dettagli precisi di tale indagine non siano ancora di dominio pubblico, la sua stessa esistenza getta un’ombra sulle procedure di comando e controllo.
La tensione con Caracas e il filo diretto Trump-Maduro
Parallelamente, rimane alta la tensione sul versante venezuelano, nonostante il recente tentativo di distensione rappresentato da un colloquio telefonico fra il presidente Trump e il suo omologo Nicolás Maduro. Gli Stati Uniti, infatti, hanno dispiegato una forza navale imponente nelle prossimità delle acque territoriali del Venezuela, giustificando la mossa con la necessità di contrastare i flussi di droga. Caracas, però, respinge questa narrativa e interpreta la presenza militare americana come una minaccia di natura essenzialmente politica, un’intimidazione che rischia di vanificare gli sforzi diplomatici, per quanto preliminari, avviati con la chiamata tra i due leader. La situazione, in queste ore, appare dunque sospesa tra la retorica della sicurezza e le logiche della potenza.
Le ombre sulle operazioni "lethals"
Il ricorso sistematico alla forza letale contro imbarcazioni sospette, mentre da una parte viene pubblicizzato come un successo nella guerra alla droga, dall’altra non smette di alimentare interrogativi di carattere giuridico ed etico. Ogni video diffuso dallo Southcom, che mostra l’istantanea distruzione di un bersaglio, finisce per sollevare questioni inopportune sui protocolli d’ingaggio e sulla certezza dell’identificazione dei target, specialmente quando si opera in spazi marittimi vasti e lontani dalle coste. L’accumularsi di vittime, molte delle quali rimaste senza nome e la cui fine viene annunciata in un freddo comunicato sui social media, costituisce un capitolo oscuro che le inchieste giornalistiche e quelle parlamentari faticano a illuminare compiutamente, lasciando ampi margini di dubbio sulle reali circostanze che portano a questi epiloghi.




