Prato, la "paladina delle donne tradite" condannata per stalking e revenge porn
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Redazione Interno
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Una donna lombarda, che si era autoproclamata la “vendicatrice dei tradimenti virtuali”, è stata condannata dal tribunale di Prato a due anni e quattro mesi di reclusione, chiudendo una vicenda giudiziaria iniziata anni fa. La sua missione, ossessiva e surreale, consisteva nell'identificare mariti infedeli adescandoli online per poi rendere pubbliche le loro conversazioni, una crociata personale che l'ha portata a oltrepassare il confine tra una discutibile forma di giustizia privata e la commissione di veri e propri reati. La sua attività, definita da alcuni come una pericolosa deriva, si è articolata in un meticoloso lavoro di pedinamenti e nella creazione di identità fittizie sui social network, dimostrando come una presunta causa morale possa degenerare in persecuzione.
La genesi di un metodo persecutorio
La dinamica, che ha preso il via nel 2020, vedeva la donna, allora cinquantacinquenne, creare profili falsi su Instagram presentandosi come una ragazza giovane. Attraverso questi account, iniziava a conversare con uomini, prevalentemente residenti a Prato, instaurando col tempo relazioni virtuali sempre più intime. Le chat, divenute progressivamente erotiche, erano costellate di messaggi espliciti e si spingevano fino allo scambio di fotografie e materiale a sfondo sessuale, elementi che la donna archiviava meticolosamente. Questa fase di adescamento, condotta con pazienza e determinazione, costituiva il primo, fondamentale passo di una strategia più ampia e penalmente rilevante.
Dall'adescamento alla diffusione illecita
Una volta in possesso del materiale compromettente, la “paladina” passava alla fase successiva del suo piano: la diffusione illecita. Le conversazioni e le immagini ottenute con l'inganno venivano inviate sistematicamente alle mogli o alle compagne degli uomini coinvolti, ma non solo, estendendo la divulgazione anche ai loro amici e familiari. Questo comportamento, che i pubblici ministeri hanno inquadrato come una vera e propria campagna di diffamazione e di revenge porn, mirava a umiliare pubblicamente le vittime, sfruttando la loro intimità rubata come strumento di punizione. La condanna, quindi, ha riguardato un ventaglio di accuse che includevano, oltre alla diffamazione aggravata e al revenge porn, anche il reato di stalking e quello di sostituzione di persona.
Logistica e complicità nelle indagini
Le indagini hanno anche messo in luce l'aspetto logistico e organizzativo dell’operato della donna, la quale, disponendo di mezzi economici, si recava personalmente in Toscana prenotando alberghi di categoria superiore a Firenze. In queste trasferte, finalizzate a seguire più da vicino i suoi obiettivi, era talvolta accompagnata dal figlio, anch'egli coinvolto nelle attività della madre e parte del procedimento giudiziario. Questo dettaglio delinea un modus operandi non confinato allo spazio virtuale, ma radicato anche in azioni concrete sul territorio, dove il confine tra la vendetta virtuale e il pedinamento nella vita reale diventava sempre più labile.




