La Biennale, lealtà di Salvini e il caso Russia: Meloni ride, poi la difesa inaspettata di Mauro
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Redazione Interno
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Matteo Salvini, interpellato sulla gestione della prossima Biennale di Venezia, risponde con una formula tanto rituale quanto rivelatrice: “Io sono sempre d’accordo col Presidente del Consiglio”. La battuta, pronunciata davanti ai cronisti, strappa una risata alla stessa Giorgia Meloni, presente al momento della dichiarazione; un siparietto che restituisce l’immagine di un esecutivo compatto, perlomeno in apparenza, quando si tratta di archiviare le frizioni interne. Il leader della Lega, aggirando con abilità le secche della domanda – che riguardava la gestione dei Leoni d’Oro e le polemiche sulla giuria – aggiunge una nota di apprezzamento per la scelta “geniale” del presidente della fondazione, Pietrangelo Buttafuoco, di assegnare i premi non all’inaugurazione della rassegna (prevista per i prossimi mesi) ma al suo termine, affidando il voto non a cinque giurati delle cui dimissioni “non conosco le motivazioni” ma ai visitatori stessi. Un meccanismo, questo, che capovolge la tradizione dell’evento, spostando l’asse del riconoscimento dal critico al pubblico pagante.
L’abbraccio di Zaia e la “vittoria di Meloni”
Più esplicito, nel sostegno, si mostra Luca Zaia. L’ex governatore leghista del Veneto, oggi presidente del Consiglio regionale, non usa giri di parole: “Buttafuoco è una vittoria di Meloni. Ora tutti lo sostengano”. Per Zaia, che definisce l’esposizione imminente “strepitosa”, le critiche mosse contro la partecipazione di Russia e Israele risultano “incomprensibili”. Un’uscita, la sua, che mira a blindare il fronte della maggioranza attorno alla figura del presidente della Biennale, un intellettuale di destra che si trova ora al centro di un paradox: contestato da una parte del suo stesso schieramento – quello politico, si intende – per le sue autonomie gestionali, e invece difeso da voci provenienti dall’area opposta. La questione, si capisce, non è meramente tecnica ma squisitamente politica, perché tocca il nervo scoperto del rapporto tra potere esecutivo e autonomia culturale.
Il braccio di ferro nascosto: Giuli, le giurie e il “martirio negato”
A complicare il quadro interviene il ministro della Cultura, Alessandro Giuli, il quale prende le distanze dalle accuse di chi voleva consegnare Buttafuoco al “martirio” politico. La sua presa di posizione, apparentemente obliqua, contesta però sia la linea del presidente della Biennale sia quella della giuria – “non a caso tutta al femminile”, si sottolinea – che aveva protestato contro il tentativo di escludere la Russia dalla rassegna. Il nodo, per quei giurati, era (ed è) il presunto doppio standard: si contesta Mosca, ma si chiudono gli occhi di fronte ai padiglioni di Stati Uniti e Israele, nazioni che ogni giorno – secondo quella stessa critica – violano i diritti umani e ignorano risoluzioni ONU. Una contraddizione che la giuria dimissionaria aveva messo nero su bianco, senza però che il governo fornisse una replica ufficiale. La difesa di Buttafuoco, insomma, arriva da un fronte inaspettato e per certi versi paradossale.
Ezio Mauro, l’intellettuale di sinistra che difende l’alfabetizzato di destra
Ed è qui che la cronaca si fa sorprendente. Ezio Mauro, ex direttore de la Repubblica (dal 1996 al 2016), firma una difesa articolata di Buttafuoco sulle colonne del Foglio. “Se pensavano che Buttafuoco facesse l’esecutore dei desideri del governo hanno sbagliato persona”, dichiara Mauro, aggiungendo una stilettata: “O forse invece avevano messo la persona giusta ma non hanno l’intelligenza e il codice per comunicarci”. Un sostegno, il suo, che non nasce da consonanza ideologica (Mauro viene da una lunga militanza progressista) ma dal rispetto per l’autonomia dell’istituzione culturale. La destra politica, insomma, rischia la spaccatura con un proprio intellettuale di riferimento, descritto da un ministro come “uno dei pochi alfabetizzati di una destra che vuole comandare ma non sa dirigere”. E mentre la Fenice di Venezia aveva già visto la rimozione di una direttrice sgradita (Beatrice Venezi), ora la Biennale diventa il nuovo campo di battaglia per una guerra di posizione che mescola geopolitica, pari opportunità e gestione del consenso.




