La giuria si dimette, Salvini plaude alla “genialità” di Buttafuoco e Meloni ride: è tempesta sulla Biennale
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Redazione Interno
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Il tramonto dorato sulla laguna, quello che da secoli si specchia nei canali e accarezza i marmi di San Marco, non è mai apparso così cupo come in questi giorni di ponte. Mentre le calli si affollano di turisti distratti – il Primo Maggio porta sempre il suo carico di presenze – all’interno del Palazzo dell’Esposizione ai Giardini si consuma invece un dramma silenzioso ma dirompente, destinato a trasformare la 61ª Esposizione Internazionale d’Arte in un deserto istituzionale fatto di poltrone vuote e delegazioni imbarazzate. Perché l’ultimo terremoto, quello che ha spazzato via la giuria internazionale in blocco, non è un semplice episodio di nervi o un incidente di percorso: è il sintomo di una febbre alta che cova da mesi nei corridoi del potere culturale romano. Le dimissioni – arrivate senza troppi proclami, ma con effetto immediato – hanno di fatto cancellato la cerimonia di premiazione prevista per il 9 maggio. Di conseguenza, i Leoni non saranno più assegnati da cinque giurati (sulle cui motivazioni, va detto, nessuno ha voluto o potuto pronunciarsi in modo ufficiale), bensì dai visitatori stessi della rassegna. Una soluzione inedita, che il presidente della Biennale, l’amico di lunga data Pietrangelo Buttafuoco, ha subito definito “geniale”.
La scena a Palazzo Chigi: Salvini si allinea, Meloni sorride
A dare ulteriore peso politico alla vicenda è stato l’intervento diretto di Matteo Salvini, intercettato da un cronista mentre usciva da un incontro a Roma. Alla domanda – secca, inevitabile – sulla posizione del Carroccio rispetto al caos veneziano, il leader leghista ha risposto con una formula che suona quasi come un atto di fedeltà dinastica: “Io sono sempre d’accordo con il Presidente del Consiglio”. E subito dopo, quasi a voler stemperare il tono da giuramento, ha aggiunto una riflessione perlopiù tecnica: rispetto totale per l’autonomia della Biennale (un’autonomia che molti, nei giorni scorsi, hanno dato invece per compromessa), e poi un elogio senza riserve alla decisione di Buttafuoco di spostare i premi dal principio alla fine della rassegna. Accanto a lui, nella breve sequenza ripresa dai telefonini, si vede Giorgia Meloni abbozzare un sorriso. Non uno di quelli compiacenti o studiati a tavolino: piuttosto, un sorriso laterale, quasi un mezzo aside, come chi osserva una scena già scritta ma finge di scoprirla in quel momento. E in quel gesto lieve – una curva di labbra – c’è forse la sintesi più efficace del clima che si respira oggi nel governo: nessuna rottura visibile, ma nemmeno troppa voglia di commentare nel dettaglio una crisi che rischia di sporcare l’immagine internazionale del sistema culturale italiano.
L’ombra del “MinCulPop” e la bozza che nessuno ha visto
Eppure, sotto la superficie della laguna, la corrente è ben più torbida di quanto non appaia. Al centro del contendere, sussurrato ma mai ufficialmente pubblicato, circola da settimane un documento destinato a diventare il vero campo di battaglia: una bozza di riforma del regolamento della Biennale. La si dice partita dai piani alti del Collegio Romano, dove il Ministero della Cultura ha i suoi uffici più strategici; e il suo contenuto, a sentire i ben informati, sarebbe esplosivo. Perché punterebbe a introdurre un potere di veto ministeriale sulle scelte curatoriali dell’esposizione. Di fatto, un meccanismo che da più parti è stato già ribattezzato, con ironia non troppo velata, “MinCulPop” – un gioco di parole che evoca il vecchio Ministero della Cultura Popolare dell’epoca fascista. A nessuno è sfuggito il parallelo, per quanto azzardato o iperbolico possa sembrare. Ma le dimissioni in blocco della giuria – tra l’altro, un organismo tecnico e internazionale per definizione – raccontano una verità più concreta di qualsiasi analogia storica: quegli esperti hanno scelto di andarsene senza dare spiegazioni dettagliate, lasciando vuoto uno spazio che ora verrà riempito dal pubblico dei visitatori.
Zaia in trincea: “Buttafuoco è una vittoria di Meloni, tutti lo sostengano”
A rompere ogni indugio, a favore di telecamera e registratori accesi, è stato però Luca Zaia. L’ex governatore leghista del Veneto, oggi presidente del Consiglio regionale, non ha usato mezzi termini: “Sarà una Biennale strepitosa, avanti tutta Pietrangelo Buttafuoco”. Per Zaia, le polemiche sulla partecipazione di Russia e Israele – che pure hanno infiammato il dibattito nelle settimane scorse – sono semplicemente “incomprensibili”. E la sua analisi scivola senza imbarazzo nel sostegno politico più esplicito: “Meloni con Buttafuoco ha fatto la scelta giusta”. Una frase, quest’ultima, che trasforma la vicenda artistica in un atto di schieramento governativo. Non c’è ambiguità, non c’è la solita prudenza istituzionale. C’è invece la rivendicazione netta di una linea: Buttafuoco non è solo un presidente di Biennale, ma a tutti gli effetti “una vittoria” della premier. E allora, conclude Zaia, “ora tutti lo sostengano”. Un appello che risuona quasi come un ordine di scuderia, e che di fatto chiude ogni spazio per posizioni critiche all’interno del centrodestra. Mentre fuori dal recinto politico, a Venezia, restano le dimissioni, il silenzio dei giurati e la domanda senza risposta: chi deciderà davvero cosa è arte, alla prossima edizione?




