Duello a Biennale Arte Venezia, Giuli attacca Salvini e Buttafuoco: “Sgrammaticatura inopportuna”

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Redazione Interno Redazione Interno   -   L’onda lunga dei riflettori accesi sulla Biennale Arte di Venezia, che nei primi due giorni ha già registrato un afflusso record superiore ai sedicimila ingressi, si è presto trasformata in un campo minato per la politica culturale italiana. Se da un lato il numero incoraggiante di visitatori sembrerebbe suggerire un clima di rinnovato entusiasmo per l’evento, dall’altro il ministro della Cultura, Alessandro Giuli, ha scelto di rompere gli indugi, alimentando una polemica a raggiera che investe ormai il presidente della Biennale, Pietrangelo Buttafuoco, e lo stesso vicepremier Matteo Salvini. Giuli, che ha annunciato una visita in Laguna limitata però al solo padiglione Italia, ha rivelato di aver scritto a Buttafuoco senza ricevere alcuna risposta, un silenzio che ha interpretato come una crepa nel rapporto istituzionale.

La stoccata a Buttafuoco e la citazione “sbagliata” di Mattarella

La miccia, in realtà, è divampata in seguito alla presentazione della Biennale da parte dello stesso Buttafuoco, il quale aveva utilizzato le parole del capo dello Stato, Sergio Mattarella – «Siamo liberi e audaci, eccoci» – tratte dall’intervento del presidente ai David di Donatello. Una scelta, quella del numero uno della Biennale, che Giuli non ha esitato a bollare come una vera e propria “sgrammaticatura inopportuna”. Attraverso un ragionamento articolato, il ministro ha rivendicato la necessità di distinguere i ruoli: se da una parte l’audacia e la libertà rappresentano un mandato sacrosanto per il lavoro artistico, dall’altra l’uso diretto di quelle parole in un contesto diverso, quasi senza la necessaria mediazione, gli è parso un cortocircuito lessicale. Una critica, questa, che apre un solco profondo con Buttafuoco, la cui gestione dei padiglioni esteri – in particolare di quello russo – era già finita nel mirino di più di un osservatore.

Lo scontro con Salvini tra assenteismo e veleni incrociati

Se la bordata contro il presidente della Biennale era nell’aria, la scintilla con il vicepremier Salvini ha assunto i contorni di un vero e proprio a corpo a distanza. Il tutto è nato da un post pubblicato dal leghista il 6 maggio, un contenuto che Giuli, con una certa dose di ironia tagliente, ha detto di aver “frainteso” inizialmente. «Quando ho visto il post di Salvini – ha spiegato il ministro della Cultura a Sky Tg24 Live in Roma – l’ho frainteso e ho pensato che facesse autocritica per il suo assenteismo dal ministero». Una frase, quest’ultima, che non ha lasciato spazio a interpretazioni: una stilettata velenosa nei confronti di un collega di governo, reo di non presidiare abbastanza il proprio dicastero. Ne è nato un botta e risposta serrato, dove Giuli ha tenuto il punto, allargando il tiro anche all’ex presidente del Consiglio Matteo Renzi, qualora si fosse voluto esprimere a proposito del contestato padiglione russo. Nessuna esclusione di colpi, insomma, per un ministro che ha dimostrato di saperne “un po' per tutti”.

Il caso del padiglione russo tra proteste ucraine e sceneggiate annunciate

Sullo sfondo, inevitabilmente, resta la questione caldissima del padiglione della Russia, ormai ribattezzato il “padiglione della discordia”. Nei Giardini della Biennale, l’apertura di quello spazio – avvenuta senza cerimonie ufficiali e senza il taglio del nastro da parte di Giuli, che ha ribadito la sua presenza solo al padiglione Italia – ha calamitato l’attenzione mediatica durante le giornate di preinaugurazione. L’Unione europea ha lanciato un monito chiaro, affinché quella sede non diventi una vetrina per Mosca, mentre sul campo la protesta si è fatta via via più concreta. Gli ucraini hanno letteralmente “assaltato” il padiglione russo, in un’azione dimostrativa che ha preceduto la mobilitazione annunciata per la giornata successiva. Al contempo, una flottiglia di attivisti si è mossa all’attacco del padiglione di Israele, mentre fonti vicine ai centri sociali e ai movimenti pro Palestina hanno parlato di una vera e propria “sceneggiata” in programma. Dentro il padiglione russo, tra vodka, gin tonic, dj set e un cesto di abiti usati, l’atmosfera surreale di un’inaugurazione riservata ai soli ospiti con invito ha provato a fare da contraltare alle urla provenienti dall’esterno. Ma la sensazione, girando tra Giardini e Arsenale dove Koyo Kouoh ha svelato una mostra collettiva di 111 artisti, è che questa sessantunesima Esposizione internazionale resterà appesa a un filo sottilissimo, quello di una diplomazia culturale che sembra aver smarrito la rotta.

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