Il ruggito dei V8 torna in F1: la svolta (parziale) che cambierà il circus nel 2030

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Redazione Sport Redazione Sport   -   L’ultima volta che un’atmosfera da brivido ha accompagnato il passaggio del serpentone – quella sensazione viscerale capace di trapassare il petto di chi assiste dal vivo – risale al 24 novembre 2013 sul circuito dell’Interlagos; da allora, con l’avvento dei complessi propulsori turbo ibridi V6, i fan hanno dovuto fare i conti con un lamento tecnologico più affine a un aspirapolvere che a una belva meccanica. A festeggiare quel giorno, per la quarta volta consecutiva, fu Sebastian Vettel su una Red Bull motorizzata Renault, mentre il mondiale si preparava a voltare pagina lasciando i V8 da 2400 cm³ nel cassetto dei ricordi. Oggi però, quasi tredici anni dopo – e a distanza di un anno esatto dal weekend di Miami che aveva acceso i riflettori sullo spettacolo in pista – il presidente della FIA, Mohammed Ben Sulayem, ha fatto cadere la maschera: quei motori dall’anima autentica stanno per tornare e lo faranno entro il 2031, anche a costo di forzare la mano ai produttori attualmente seduti al tavolo delle trattative.

Il cortocircuito tecnico e la retromarcia di Mercedes

Se è vero che la Formula 1 ha costruito il proprio mito su un’evoluzione senza sosta, è altrettanto vero che l’attuale assetto – dove la suddivisione tra parte termica ed elettrica ha raggiunto quasi una perfetta parità (il famoso 50/50) – ha generato più grattacapi che benefici, tanto da costringere i piloti a continue “lift and coast” e a vere e proprie gimcane per ricaricare le batterie in qualifica. La sorpresa, semmai, arriva dalla posizione della Mercedes: Toto Wolff, il cui team aveva tratto un vantaggio tecnico stratosferico proprio dall’interpretazione di quegli stessi regolamenti ibridi nel lontano 2014, si è detto “assolutamente a favore” di un ritorno alle origini, quasi a riconoscere che quella direzione presa un decennio fa potrebbe ora rappresentare un vicolo cieco. Un consiglio ai motoristi, dunque: imboccare la strada opposta rispetto a quella tracciata dalla Stella, perché le ragioni di questa inversione di marcia appaiono lampanti agli occhi di chi, come Ben Sulayem, parla apertamente di costi insostenibili e di una complessità ormai fuori controllo.

La genesi di un progetto: meno elettrico, più sound

Nel dettaglio, ciò che bolle in pentola a Maranello, a Brackley e nei saloni buoni della FIA è un’unità da circa 2.6 o 3.0 litri – quindi leggermente più grossa del passato – alimentata a carburanti sintetici al 100% e con una componente elettrica ridotta a una mera formalità. L’obiettivo, spiega lo stesso presidente, è mantenere quella quota tra il 10% e il 20%, sufficiente a non far sentire la categoria fuori dal mondo ma incapace di disturbare la sinfonia meccanica degli otto cilindri che potranno arrivare a regimi di rotazione intorno ai 15.500.000 giri. “Sarà fatto, anche se i motoristi non sono d’accordo”, ha dichiarato senza troppi giri di parole Ben Sulayem a Miami: “Nel 2031 il potere decisionale torna alla Federazione, anche se il mio obiettivo è anticipare di un anno”. Una presa di posizione netta che spazza via ogni dubbio, resa ancora più credibile dal mutato contesto geopolitico dove le certezze sull’auto elettrica – basti pensare alle scelte della nuova amministrazione Trump a Washington o ai ripensamenti dell’Europa sul ban dei motori endotermici – iniziano a vacillare.

Il fascino (discontinuo) del passato e le nuove regole del gioco

Quel che affascina, in questo parziale ritorno al passato, non è solo la promessa di un sound meno ovattato – capace di riportare il pubblico a quell’assalto uditivo che mancava dal 2013 – ma la volontà di riavvicinare la competizione alle reali possibilità economiche dei team. La FIA stima un abbattimento dei costi delle power unit fino al 65%, una boccata d’ossigeno per scuderie cliente come la McLaren o la Williams che oggi devono spesso sottostare a contratti faraonici con i colossi motoristi. Certo, non mancano i problemi: l’introduzione è prevista al massimo per il 2030, ma l’iter è ancora in salita; si dovrà convincere almeno la maggioranza dei sei produttori attuali, che fino a ieri avevano scommesso miliardi sull’elettrificazione spinta. E tuttavia, la sensazione – raccolta tra i box durante l’ultimo round a Miami – è che la spinta propulsiva del cambiamento sia ormai inarrestabile. C’è chi storce il naso, parlando di un’operazione nostalgia priva di prospettive, e chi invece intravede in questa svolta l’unica ancora di salvezza per uno sport che rischiava di diventare troppo asettico, troppo sterile, troppo simile a una simulazione tecnica priva di anima.

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