Mercedes, il giallo dell’ala anteriore e il disegno di Wolff: la nuova era della F1 è già un caso

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Redazione Sport Redazione Sport   -   La Formula 1, si sa, vive di dettagli e in questo avvio di stagione 2026 il dettaglio che fa tremare i polsi – o quantomeno li fa tremare nei paddock e sui social – è diventato quasi un caso di Stato. Nelle ultime ore, l’attenzione si è concentrata sulla Mercedes e su un presunto “trucco” aerodinamico relativo all’ala anteriore della W17, con un occhio clinico di tifosi e addetti ai lavori che avrebbe notato qualcosa di insolito nei movimenti della vettura durante le transizioni tra rettilineo e curva. Il sospetto, più o meno velato, ruota attorno a un punto nodale del regolamento tecnico: la cosiddetta “transizione aerodinamica” tra la posizione di “straight mode” e quella di “corner mode” deve avvenire in un tempo massimo di 400 millisecondi. Ma, come spesso accade quando un team interpreta le zone grigie del regolamento, il dibattito si è infiammato senza che ci fosse ancora una presa di posizione ufficiale da parte della Federazione.

Se da un lato il mirino è puntato sui dettagli aerodinamici della vettura di Brackley, dall’altro c’è una polemica di fondo che riguarda la genesi stessa di questo nuovo ciclo regolamentare, quella che molti definiscono la “manina” che ha cambiato le regole del gioco. A sollevare il polverone, in questo caso, è stato Alejandro Agag, fondatore della Formula E, che alla vigilia dell’E-Prix di Madrid ha lanciato una stoccata precisa a Toto Wolff, il direttore esecutivo della Mercedes. Secondo Agag, il nuovo equilibrio tecnico della F1, che prevede una suddivisione quasi paritetica al 50% tra motore termico ed elettrico, non è affatto un caso. Le parole di Agag sono pesanti: “Quando la Mercedes lasciò la Formula E, lo fece perché voleva prendere ciò che esisteva lì e trasferirlo in Formula 1. La grande forza dietro ciò che stiamo vedendo oggi in F1 sono Mercedes e Toto Wolff. Lui ha visto cosa c’era e ha detto: ‘Porterò tutto questo in F1 e unirò di fatto la Formula 1 e la Formula E’”. Un’accusa, questa, che getta un’ombra lunga sul vantaggio competitivo mostrato finora dalla Stella a tre punte, quasi a suggerire che il disegno industriale fosse già stato tracciato anni prima quando il team tedesco militava nella serie elettrica.

Il nodo del motore e la stretta della Fia

Parallelamente al gossip aerodinamico e alle dichiarazioni polemiche, c’è un fronte tecnico-giudiziario ben più concreto che riguarda la power unit della Mercedes. Il regolamento stabilisce che il rapporto di compressione del sei cilindri non possa superare il valore di 16:1. Il motore M17 E Performance realizzato a Brixworth, però, ha acceso i riflettori per una capacità tecnica che ha fatto storcere il naso alla concorrenza: a temperatura ambiente, il parametro risulta perfettamente nei limiti; quando l’olio raggiunge i 130 gradi di esercizio, però, il rapporto di compressione tenderebbe a salire, avvicinandosi a valori superiori, secondo le stime dei rivali fino a 18:1. Una differenza che, in un contesto dove i decimi contano come secondi, potrebbe valere un vantaggio prestazionale considerevole.

La Federazione Internazionale dell’Automobile, dopo settimane di pressing da parte degli altri motoristi (Ferrari, Audi, Honda e Red Bull Powertrains), ha deciso di intervenire con una modifica regolamentare che entrerà in vigore dal prossimo 1° giugno. Fino al termine del mese di maggio, le verifiche continueranno a essere effettuate solo a temperatura ambiente. Dal Gran Premio di Monaco in poi, invece, la FIA abbinerà al controllo tradizionale quello “a caldo”, con l’olio portato appunto a 130 gradi. In sostanza, si tratta di una modifica delle procedure di controllo, più che una modifica strutturale della norma, ma l’effetto pratico sarà quello di annullare quella che molti interpretano come una “zona grigia” sfruttata dalla casa di Brackley. Il fatto che la modifica sia stata approvata con il voto favorevole di quattro motoristi su cinque (oltre ai voti di FOM e FIA) la dice lunga su quanto la soluzione Mercedes fosse percepita come un’interpretazione al limite del lecito.

Il vantaggio sul campo e le voci dal paddock

A poche gare dall’inizio del campionato, la percezione sul campo è che la Mercedes abbia già tracciato un solco con la concorrenza. Le prestazioni messe in pista dalla W17 parlano di una vettura che sembra viaggiare su binari invisibili, capace di combinare una gestione dell’energia elettrica superiore a quella delle clienti e una solidità telaistica che rende la monoposto estremamente efficace in configurazione base, senza bisogno di interventi radicali. In Mercedes, parlando con lo staff, trapela una calma apparentemente assoluta: c’è la piena consapevolezza che, nonostante la stretta federale imminente, non succederà “proprio niente” perché il propulsore è stato omologato nel pieno rispetto del regolamento al momento della progettazione.

La sensazione, amplificata dalle parole di Agag, è che questa dominanza sia il frutto di un lavoro di preparazione iniziato molto prima dell’avvio della stagione, sfruttando l’esperienza maturata nel campionato completamente elettrico, un campionato che la Mercedes ha lasciato solo dopo aver vinto titoli piloti e costruttori. La differenza rispetto al passato, stavolta, è che il sospetto non riguarda solo un singolo pezzo della vettura, come la famosa ala anteriore, ma l’intera filosofia concettuale su cui si basa la nuova era della categoria. Mentre i rivali cercano di limare i rispettivi gap, tra corse e controverse, la sensazione nel paddock è che la scuderia di Brackley abbia semplicemente disegnato il futuro prima degli altri, con la consapevolezza che la differenza, in questa F1 sempre più ibrida, si gioca tanto sui documenti regolamentari quanto sull’asfalto.

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