La strategia di Kiev: colpire in profondità per costringere Putin al tavolo entro l’autunno

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Redazione Esteri Redazione Esteri   -   L’obiettivo dichiarato, almeno stando alle fonti che filtrano dagli ambienti militari e diplomatici ucraini, è quello di decostruire la narrazione secondo cui il tempo giochi a favore del Cremlino.

L’offensiva, che ha preso corpo con crescente intensità nelle ultime settimane, punta a creare una pressione sistematica sugli apparati energetici e logistici russi, nella convinzione – ampiamente condivisa dai vertici di Kiev – che solo un serio deterioramento delle condizioni di vita interne e delle capacità produttive belliche possa indurre il presidente russo a riconsiderare le sue posizioni.

Non si tratta, in quest’ottica, di una semplice scaramuccia di confine, quanto piuttosto di una riconfigurazione strategica del conflitto, portato ormai stabilmente anche all’interno dei confini della Federazione.

L’offensiva dei droni e il messaggio diretto a Zelensky

Proprio in questo clima di pressione crescente si inserisce la lettera aperta che il presidente Volodymyr Zelensky ha indirizzato a Vladimir Putin il 4 giugno scorso, lo stesso giorno in cui Mosca era chiamata a rispondere degli attacchi subiti. L’atto, lungi dall’essere un semplice appello umanitario, rappresenta un tentativo di dettare l’agenda politica, chiedendo un incontro faccia a faccia in un paese terzo – come la Svizzera o la Turchia – per porre fine alle ostilità.

Il leader ucraino ha incalzato il suo omologo con toni duri, accusandolo di aver speso gran parte del suo mandato in una guerra senza una vera ragione e suggerendo che la legittimità della sua leadership dipende ormai dall’esito di questo confronto. La sfida, insomma, è chiara: siediti al tavolo, o subirai le conseguenze di una guerra che ti stiamo portando dentro casa.

A rendere credibile questa minaccia sono le operazioni condotte dai servizi segreti militari (GUR) e dalla Guardia di frontiera, capaci di colpire a distanze impressionanti. Lo stesso Zelensky, rivendicando un attacco andato a segno nella regione di Jaroslavl’ (a circa 700 chilometri dalla frontiera), ha definito l’azione come una risposta logica al rifiuto russo di negoziare: «La guerra torna là da dove è partita».

Le immagini di depositi di carburante in fiamme e di impianti chimici – come quello di Novomoskovsk, cruciale per la produzione di munizioni – danneggiati dai detriti dei droni abbattuti, sono diventate ormai un appuntamento fisso nelle cronache quotidiane, segnalando un’evidente vulnerabilità del sistema difensivo russo nonostante le proteste di Mosca sull’abbattimento di centinaia di velivoli.

Le contraddizioni di Mosca e la crisi interna

Dall’altra parte della barricata, il presidente Putin sembra muoversi con un passo sempre più incerto, intrappolato nelle sue stesse contraddizioni. Durante il Forum economico internazionale di San Pietroburgo – evento che avrebbe dovuto celebrare la ripresa russa ma che si è svolto sotto la minaccia dei droni – il leader del Cremlino ha ribadito la disponibilità a un accordo di pace, a patto però che questo tenga conto dei «fatti sul campo».

Un’ambiguità che nasconde la sostanziale stasi del conflitto: lo stesso Putin è stato costretto ad ammettere pubblicamente che le sue truppe «non avanzano con la rapidità che vorremmo». A questa ammissione si aggiungono i segnali di un malessere economico crescente, con le prime carenze di carburante segnalate non solo nelle regioni più remote ma addirittura a Mosca e San Pietroburgo, conseguenza diretta dei raid ucraini sulle raffinerie.

In questo scenario di logoramento reciproco, l’elemento che potrebbe rompere l’equilibrio è di natura geopolitica. Mentre i combattimenti si intensificano, l’Unione europea ha dato il via libera all’apertura del primo round di negoziati di adesione con Ucraina e Moldova, un passo definito dai leader europei come «la spina dorsale del processo di adesione». Per Kiev, questa prospettiva non rappresenta solo un traguardo diplomatico, ma una leva fondamentale da utilizzare nel confronto diretto con Mosca.

L’idea, come sottolineato dall’amministrazione ucraina, è che difendendo se stessa, l’Ucraina stia difendendo l’intera architettura di sicurezza europea, rendendo l’eventuale ricatto energetico o militare di Putin sempre più costoso sul piano internazionale.

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