Wawrinka e Ljubicic ridimensionano il paragone tra Sinner-Alcaraz e i Big Three

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Redazione Sport Redazione Sport   -   C’è chi sostiene, forte dei numeri e della superiorità mostrata negli ultimi due stagioni, che Jannik Sinner e Carlos Alcaraz abbiano già superato il livello espresso per due decenni da Roger Federer, Rafael Nadal e Novak Djokovic. Una teoria, questa, che trova terreno fertile nell’aver vinto gli ultimi nove tornei del Grande Slam, un dominio che non si vedeva dai tempi d’oro del trio leggendario. Tuttavia, a mettere un punto fermo, o quantomeno a tracciare una linea netta tra ciò che è stato e ciò che è, arrivano le voci di chi quella storia l’ha scritta di proprio pugno, o meglio, di rovescio. Stan Wawrinka, l’uomo che con la sua racchetta-pesante ha rotto l’egemonia dei tre mostri sacri in tre diverse occasioni, portandosi a casa altrettanti Major, non usa giri di parole. Lo svizzero, che nel 2026 sta vivendo la sua annata d’addio, ha concesso un'intervista alla giornalista Reem Abulleil in cui, partendo dal suo desiderio di incrociare finalmente Alcaraz prima di ritirarsi, ha spiegato come, a suo avviso, il livello mostrato dai due giovani fenomeni sia il prodotto naturale dell’evoluzione del gioco. L’ex numero tre del mondo, che ha affrontato e battuto tutti e tre i membri del Big Three quando erano al picco della forma, osserva che le condizioni di gioco, con palline e campi più lenti, hanno inevitabilmente cambiato lo stile. «Le nuove generazioni saranno sempre migliori delle precedenti», ha dichiarato con la saggezza di chi non ha bisogno di difendere alcuna legacy, sottolineando come Sinner e Alcaraz spingano il tennis a livelli di intensità pazzeschi, pur senza mai cadere nella trappola di un confronto diretto che lui, per primo, ritiene sterile -1.

Sulla stessa lunghezza d’onda, ma con un’analisi ancor più tecnica e strutturata, si pone Ivan Ljubicic. Il croato, che non solo ha incrociato la racchetta con Federer, Nadal e Djokovic da avversario riuscendo a batterli tutti, ma ha anche guidato Roger nella fase finale della sua carriera, è stato intervistato nel podcast di Greg Rusedski. Il suo punto di partenza è un invito alla cautela: definire “meglio” è un’operazione complessa che richiede parametri oggettivi, e questi parametri, nel tennis, mutano di decennio in decennio. Ljubicic riconosce senza esitazione che Sinner e Alcaraz colpiscono la palla con una violenza inaudita, forse superiore a quella dei tre fuoriclasse che ci hanno preceduto. Ma, e qui sta il nocciolo del suo ragionamento, il tennis non è solo potenza bruta. Recuperando i filmati delle sfide del 2005, 2006 e 2007, l’ex numero 3 ATP invita a osservare la precisione millimetrica, la costruzione del punto, la varietà tattica che caratterizzava lo scambio. Era un tennis diverso, fatto di variazioni e di colpi pensati, non solo di una continua e lineare sparatoria da fondocampo. «Non posso dire che sia meglio», ha spiegato, «è semplicemente differente» -2-8.

L’impossibile equazione del confronto tra ere diverse del tennis

Ljubicic, con la lucidità di chi il campo lo ha vissuto in prima linea, spinge la riflessione oltre il semplice paragone statistico. Se è vero, come sostengono alcuni commentatori tra cui John McEnroe, che il livello tennistico attuale è più alto, bisogna intendersi sul significato del termine. Oggi, spiega il croato, si cerca di colpire forte e stare incollati alla linea di fondo, in uno scambio continuo di bordate. Ieri, invece, la costruzione del punto passava attraverso variazioni di ritmo, discese a rete e colpi di fino che oggi sembrano quasi desueti. «Chiaramente oggi il tennis è più fisico, in un certo senso più veloce», ammette Ljubicic, ma subito dopo aggiunge una postilla fondamentale: tutto dipende dai gusti personali. Lui, onestamente, ammette di prediligere il tennis della sua epoca, un po’ come ogni generazione tende a fare. Ma al di là delle preferenze, ciò che conta è l’oggettiva impossibilità di trovare un metro di giudizio universale. Si può forse dire, si chiede retoricamente, che Roger Federer fosse più forte di John McEnroe? In base a quali criteri? Forse un giorno, ironizza, sarà l’intelligenza artificiale a elaborare una formula in grado di risolvere l’enigma, ma il cervello umano, per sua natura legato al contesto e all’emozione del momento, non è attrezzato per emettere sentenze così categoriche -2.

Il mercato del Manchester United e la posizione di Carrick

Se nel tennis si dibatte di supremazia tecnica tra generazioni, nel calcio il Manchester United vive una fase di transizione ben più concreta. Dopo l’esonero di Ruben Amorim, la panchina è stata affidata a Michael Carrick, e i primi risultati hanno portato i Red Devils fino al quarto posto in classifica, un traguardo che sembrava utopico solo pochi mesi fa. La dirigenza, come riportato da fonti inglesi, sta valutando l’ipotesi di confermare l’ex centrocampista anche per la prossima stagione, complice anche il fatto che molti big name sulla lista, come Thomas Tuchel e Carlo Ancelotti, hanno nel frattempo trovato altre sistemazioni. Carrick, forte di un ruolino di marcia impressionante e di un approccio pacato ma efficace con lo spogliatoio, si è guadagnato la fiducia dell’ambiente, tanto che i vertici del club starebbero seriamente pensando di offrirgli un contratto a lungo termine -6.

Parallelamente alla situazione tecnica, a Manchester si lavora anche sul mercato in entrata, con un occhio di riguardo al centrocampo. La dirigenza è pronta a investire per rinforzare il reparto, considerando l’addio ormai certo di Casemiro. Tra i nomi seguiti con maggiore attenzione spicca quello di Elliot Anderson del Nottingham Forest, giovane inglese che sta impressionando per le sue prestazioni. Tuttavia, come spesso accade, le strategie di mercato sono legate a doppio filo alla qualificazione in Champions League, obiettivo ora più vicino grazie alla risalita in classifica voluta da Carrick. Sul fronte delle uscite, invece, resta calda la pista che porterebbe Manuel Ugarte al Galatasaray, con i turchi che spingono per un prestito con diritto di riscatto, convinti di poter offrire al mediano uruguaiano il minutaggio che all’Old Trafford gli è mancato -4.

Il nodo Rashford tra Barcellona e le richieste dello United

Capitolo a parte merita il futuro di Marcus Rashford, attualmente in prestito al Barcellona. L’attaccante inglese si è rivelato un acquisto azzeccato per i catalani, con dieci reti e nove assist in trentaquattro partite, e la volontà del giocatore di rimanere in blaugrana è ormai un dato di fatto. Secondo il giornalista Nicolò Schira, ci sarebbe già un accordo di principio tra il club e Rashford per un contratto fino al 2030. Ma il nodo da sciogliere, e non è di poco conto, è puramente economico e riguarda i rapporti tra le due società. Il Barcellona ha un’opzione per il riscatto fissata a trenta milioni di euro, una cifra che, visti i problemi di liquidità dei catalani, potrebbe non essere semplice da reperire. L’entourage del giocatore spinge, il tecnico Hansi Flick ha dato il suo benestare, ma la trattativa si scontra con la posizione granitica del Manchester United. Come confermato dall’esperto di mercato Fabrizio Romano, la dirigenza dei Red Devils ha un messaggio chiaro e non negoziabile per il Barcellona: nessuno sconto, i trenta milioni vanno pagati per intero. Una posizione di forza, questa dello United, che mette alla prova la capacità di manovra del club spagnolo, costretto a fare i conti con i propri limiti finanziari pur di trattenere un giocatore che ha ritrovato il suo miglior livello -3-9.

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