Omicidio al Divine club di Bisceglie, la pista della Dda e il messaggio rimosso dal figlio della vittima
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Redazione Interno
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La Direzione distrettuale antimarcia di Bari, che ha da subito impresso un indirizzo preciso alle indagini, ha disposto il sequestro del Divine Club di Bisceglie, l’ex tempio della movida “Divinae Follie”, dove alle prime luci dell’alba di domenica si è consumato l’omicidio di Filippo Scavo, quarantaduenne barese conosciuto negli ambienti del quartiere Carbonara con il soprannome “Occhione”. Secondo una prima ricostruzione degli eventi, suffragata dalle testimonianze di quanti si trovavano all’interno del locale (circa seicento persone, come riferito da alcuni sopravvissuti), la vittima si sarebbe trovata al centro di una violenta lite scoppiata durante la serata di riapertura per la stagione estiva. La sicurezza del locale, nel tentativo di riportare l’ordine, avrebbe inizialmente allontanato tre soggetti ritenuti responsabili della rissa; questi ultimi, tuttavia, dopo essere usciti (forse per recuperare le armi da auto parcheggiate nei pressi), sono riusciti a rientrare con la forza, scarrellando una pistola e minacciando i presenti all’ingresso, prima di fare fuoco all’interno della struttura affollata.
La dinamica dell’agguato, che gli investigatori stanno ricostruendo minuto per minuto anche grazie alla visione dei filmati delle telecamere di sorveglianza acquisiti dai carabinieri del comando provinciale di Trani, rivela particolari inquietanti sulla ferocia dell’attacco. Sarebbero stati esplosi almeno quattro colpi, uno dei quali calibro 7,65, andato a segno alla base del collo del 42enne; un secondo individuo, complice del killer, avrebbe tentato di sparare a sua volta, ma la sua pistola si sarebbe inceppata. A differenza degli aggressori, Scavo è stato trasportato all’ospedale “Vittorio Emanuele II” di Bisceglie privo di sensi e con una caratteristica che ha subito attirato l’attenzione della magistratura: le tasche erano piene di denaro contante, mentre non aveva con sé né armi né dosi di stupefacenti. Un dettaglio, questo, che ha spinto la Dda a procedere con l’ipotesi di reato di omicidio aggravato dal metodo mafioso, inquadrando l’episodio in un probabile regolamento di conti tra le consorterie criminali operanti sul territorio del nord Barese.
La posizione della direzione del locale e le zone d’ombra sulla sicurezza
A stretto giro, è arrivata la reazione ufficiale della proprietà e dei vertici del Divine Club. In una nota diffusa ai media, la direzione ha espresso profondo cordoglio, definendo l’episodio come “comportamento isolato e imprevedibile”, ribadendo che la sicurezza per la struttura è sempre stata una priorità assoluta. Le parole del direttore, Roberto Maggialetti, hanno cercato di marcare una distanza netta tra la gestione del locale e la criminalità organizzata, parlando di un atto che segna non solo l’attività imprenditoriale ma soprattutto le persone che vi lavorano; tuttavia, alcune indiscrezioni raccolte sul posto gettano un’ombra sulle procedure di controllo. Fonti vicine alle indagini riferiscono che i metal detector fissi installati agli ingressi non sarebbero stati funzionanti nella notte dell’omicidio, e che il servizio di vigilanza si sarebbe affidato esclusivamente a due rilevatori manuali. Una circostanza che, se confermata, potrebbe aprire scenari delicati sulla reale efficacia dei sistemi di prevenzione all’accesso, specialmente in un contesto (quello delle discoteche pugliesi) già segnalato dalla Dda per possibili infiltrazioni malavitose nella gestione dei servizi di sicurezza privata.
Le tracce digitali e il messaggio rimosso dal figlio di Scavo
Mentre gli inquirenti setacciano il passato giudiziario della vittima (il cui nome, guarda caso, compare in numerosi atti dell’Antimafia relativi a scontri tra giovani leve di clan, inclusa l’inchiesta per l’omicidio della diciannovenne Antonella Lopez avvenuto nel 2024 a Molfetta), un elemento inaspettato ha tenuto banque nelle ultime ore sui social network. Un messaggio dal tono sinistro, comparso sul profilo del figlio più giovane di Filippo Scavo, è stato rapidamente rimosso dopo aver fatto molto discutere. “Si è vero papà, ora non ci sei più ma appena sapremo chi è stato ce li mangeremo tutti quanti senza pietà”, recitava il testo che, al di là della comprensibile emotività del momento, ha assunto rilevanza investigativa proprio perché pubblicato da un minore ma immediatamente commentato e rilanciato da adulti a lui vicini. Sebbene il post sia stato cancellato e sostituito da un messaggio più pacato (“Papà ti hanno portato via da me… Ti dedicherò ogni mio traguardo”), l’eco di quelle parole rappresenta ora un tassello nel quadro delle tensioni che rischiano di alimentare una spirale di vendetta tra le famiglie rivali del barese.
Un contesto di guerra latente tra i clan del Barese
Il quadro che emerge dalle carte dell’inchiesta, coordinata dalla pm Bruna Manganelli, è quello di una guerra di mafia silenziosa ma letale, combattuta non più solo nelle periferie degradate ma dentro i templi del divertimento notturno. Scavo, ufficialmente un muratore ma con un pesante curriculum alle spalle (due condanne definitive per droga, una delle quali a sette anni di reclusione), era ritenuto un esponente del clan Strisciuglio, storicamente contrapposto ad altre famiglie. La sua morte, avvenuta a pochi giorni da un altro episodio di sangue (il ferimento di un ventunenne a Bari Vecchia), suggerisce un momento di forte fibrillazione nel sottobosco criminale pugliese, dove il controllo delle piazze di spaccio al dettaglio nei comuni del litorale nord rappresenta il vero movente di questi agguati. E proprio il denaro trovato addosso a “Occhione” mentre esalava l’ultimo respiro, si configura come la prova più tangibile del motivo per cui quella notte, dentro il Divine Club, qualcuno ha deciso di fare fuoco senza esitazione.




