Roma, l'estorsione sbagliata che scatenò la guerra tra i clan Senese e Di Lauro

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Redazione Interno Redazione Interno   -   Che un uomo come Ettore Abramo, figura di spicco e storico capo ultrà, si affrettasse a placare l’ira del potente clan Di Lauro dopo un episodio estorsivo, temendo che potesse ripercuotersi anche sui rivali Senese, illustra con chiarezza la geografia del potere criminale nella capitale. L’episodio, che funge da detonatore per una serie di eventi giudiziari di ampia portata, ha origine da un’estorsione maldestra. Daniele Salvatori, infatti, operava millantando legami con Abramo o utilizzando il nome della famiglia Senese per imporre il proprio racket, finché non scelse la vittima sbagliata: il gioielliere Pasquale Caterini, detto Lillo, protetto proprio dai Di Lauro, signori incontrastati di quartieri come Secondigliano e Scampia. Fu allora che Abramo, detto Pluto, dovette intervenire personalmente, incontrando gli intermediari del clan campano per dichiarare la sua estraneità ai fatti e garantire la restituzione del maltolto, in un tentativo disperato di scongiurare una rappresaglia.

Il blitz delle forze dell'ordine e il quadro degli arresti

Questi attriti, emersi nelle indagini, hanno contribuito a delineare un quadro operativo per i reparti speciali, i quali hanno eseguito un’ampia operazione all’alba di venerdì. I carabinieri, coordinati dalla Direzione distrettuale antimafia, hanno effettuato quattordici arresti in diverse zone di Roma, colpendo soggetti vicini al clan Senese. Le accuse sono severe e multiple, spaziando dal tentato omicidio al porto illecito di armi, fino all’estorsione aggravata dal metodo mafioso e, in alcuni casi, dal fine di agevolare l’associazione di tipo mafioso, senza tralasciare il tentato sequestro di persona sempre con la medesima aggravante. L’operazione rappresenta un colpo significativo a una struttura che, secondo gli investigatori, si era ramificata in settori apparentemente distanti tra loro.

Il variegato mondo degli arrestati: dal pugile agli ultrà

Tra le mani della giustizia è finita una platea piuttosto eterogenea, a dimostrazione della capacità di penetrazione del gruppo. Accanto al fratello del boss, cresciuto all’ombra del potere familiare, è stato tratto in arresto un pugile di Ostia, la cui vita sembra ora caratterizzata più dagli agguati giudiziari che da quelli sportivi. La rete include poi elementi del mondo ultras, con volti noti sia della Curva Sud che della Nord, a rimarcare quel legame storico tra tifo estremo e criminalità organizzata. Non mancano, infine, i fratelli laziali, appassionati del controllo mafioso dei locali di una rinomata località montana e degli appalti legati ai grandi eventi sportivi, disegnando una mappa di interessi che dalla periferia romana arriva ai contesti di élite.

Metodi violenti e controllo del territorio

L’indagine, che ha portato agli arresti, ha fatto luce su una condotta sistematica improntata all’intimidazione e alla violenza, strumenti ritenuti necessari per mantenere il predominio sul territorio e sugli affari illeciti. I metodi utilizzati, come emerge dagli atti, non si discostavano da quelli tipici delle organizzazioni mafiose consolidate, con episodi di tortura e sparatorie funzionali a risolvere contenziosi o a imporre la propria legge. Questo modus operandi, unito alla volontà di spartirsi le zone di influenza nella capitale, costituisce il cuore dell’accusa che vede il clan Senese e quello Di Lauro, sebbine in competizione, come protagonisti di un’egemonia criminale durata decenni, un periodo durante il quale Roma è stata teatro di una lotta sotterranea ma ferrea per il controllo delle attività illecite.

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