Sei giorni tra i monti, il racconto dei due escursionisti salvati in extremis: «Senza il ruscello e le fragole selvatiche non ce l’avremmo fatta»

Sei giorni tra i monti, il racconto dei due escursionisti salvati in extremis: «Senza il ruscello e le fragole selvatiche non ce l’avremmo fatta»
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Redazione Interno Redazione Interno   -   Aperto il computer portatile di Chiara, gli ultimi accessi al cloud e la mappa di un sentiero che non coincideva con le tracce ufficiali. Adriano Gambelli, amico fraterno di Davide Cesaroni e Chiara Pesaresi, non ha esitato un istante: ha passato le notti al telefono con i soccorritori, ricostruendo passo dopo passo l’itinerario della coppia scomparsa sullo sfondo delle Dolomiti friulane. Da Osimo alla tragedia sfiorata, il filo di una vicenda che ha tenuto con il fiato sospeso un’intera regione per sei giorni lunghissimi, fino al lieto fine che nessuno, forse, osava più sperare.

Un silenzio che non tornava

Davide Cesaroni, corriere farmaceutico di 41 anni, e Chiara Pesaresi, ingegnere edile e architetto di 38, sono partiti per quella che doveva essere una vacanza di trekking ad anello, il genere di percorso che preferiscono da sempre. Appassionati e preparati, conoscono la montagna e le sue insidie, ma questa volta il cammino si è trasformato in una trappola. Mercoledì, il primo segnale: Gambelli invia un messaggio a Davide e non riceve risposta. Giovedì, la chiamata non va a buon fine, il telefono non squilla nemmeno.

L’istinto dell’amico scatta, e con lui un meccanismo di ricerca che si fa sempre più serrato; intanto i familiari cominciano ad allarmarsi, fino a che la madre di uno dei due non confida un presentimento che si rivelerà profetico.

La svolta nei file del pc

È stato proprio Adriano Gambelli, ultrarunner di professione e saldatore in una ditta di Camerano, a fornire l’indizio decisivo. Aprendo il computer di Chiara, ha consultato gli ultimi accessi al profilo della donna e ha incrociato i dati con le mappe digitali: il sentiero che avevano intenzione di percorrere non corrispondeva a quello segnato dalle carte ufficiali, ma a una deviazione più impervia, che li aveva condotti in una gola profonda, a circa 1700 metri di quota sul Col Cadorin.

Da quel momento, Gambelli ha collaborato fianco a fianco con le squadre di soccorso, mettendo a disposizione ogni dettaglio, ogni ricordo dei racconti fatti dai due amici nei giorni precedenti la partenza.

Sei giorni senza cibo, l’acqua e un riparo di fortuna

Ritrovati vivi dopo sei giorni di ricerche, Davide e Chiara hanno spiegato ai sanitari e ai carabinieri di essersi nutriti soltanto di erbe spontanee e fragole selvatiche, raccolte lungo il percorso mentre tentavano di risalire la gola. L’unica fonte d’acqua era un ruscello che scorreva in fondo al vallone; senza di esso, come hanno dichiarato agli agenti, non sarebbero sopravvissuti. Nelle ore più fredde, hanno costruito un riparo rudimentale con i rami dei pini, una sorta di igloo improvvisato che li ha protetti dal vento e dall’umidità notturna.

La loro esperienza di escursionisti esperti ha fatto la differenza, consentendo loro di mantenere la calma e razionare le forze, in attesa che qualcuno li trovasse.

L’abbraccio del ritorno e la lucidità del racconto

Quando i soccorritori li hanno individuati, i due coniugi erano provati ma coscienti, in grado di raccontare con precisione ogni fase del calvario. Davide, che oltre a fare il corriere è anche allenatore di rugby, ha serbato un filo di energia per tranquillizzare la moglie e per segnalare la loro posizione con un fischio. Le ricerche, coordinate dai vigili del fuoco e dal Soccorso alpino, hanno coperto un’area vasta e impervia; il ritrovamento è arrivato al termine di una giornata di ricerche serrate, quando ormai le speranze cominciavano a scemare.

I due sono stati trasportati in ospedale per gli accertamenti di rito e, dopo alcune ore di osservazione, sono stati dimessi. Nessuna frattura o trauma grave, solo disidratazione e una stanchezza che, a parole loro, passerà con il riposo.

«Vivi grazie alla natura»

Intervistati dal Tgr Rai Fvg poche ore dopo il salvataggio, Cesaroni e Pesaresi hanno ripetuto più volte un concetto: «Siamo vivi grazie alla natura». Non hanno nascosto la paura, ma hanno anche sottolineato come la conoscenza dell’ambiente montano abbia permesso loro di non compiere passi falsi, di non disperdere energie inutilmente e di sfruttare le risorse del territorio. Il fatto che non abbiano mangiato nulla di sostanzioso per sei giorni è stato compensato dall’acqua corrente del ruscello, che hanno bevuto con cautela per non incorrere in problemi intestinali.

Le erbe selvatiche e le fragole, spiegano, sono state un integratore occasionale, più che un pasto vero e proprio, ma sufficiente a tenere alto il morale e a scongiurare il crollo psicologico.

L’inchiesta e i rilievi dei carabinieri

Sul ritrovamento ha lavorato anche la procura di Belluno, che ha aperto un fascicolo per accertare eventuali responsabilità nella segnaletica del sentiero. I carabinieri hanno ascoltato la testimonianza della coppia e acquisito i file del computer di Chiara, sui quali Gambelli aveva già effettuato una prima ricognizione. Al momento non emergono profili penali a carico di terzi, ma gli inquirenti vogliono chiarire se il tracciato seguito dai due escursionisti fosse stato erroneamente indicato come percorribile da qualche guida o applicazione.

Le verifiche sono in corso e potrebbero portare a prescrizioni per la messa in sicurezza di alcuni tratti della gola.

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