Ritrovati vivi dopo sei giorni Davide e Chiara, gli escursionisti dispersi sulle Dolomiti

Ritrovati vivi dopo sei giorni Davide e Chiara, gli escursionisti dispersi sulle Dolomiti
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Redazione Interno Redazione Interno   -   Si è chiusa con un esito positivo, seppur carico di tensione e stanchezza, la vicenda di Davide Cesaroni, 41 anni, e Chiara Pesaresi, 38, i due escursionisti di Osimo, in provincia di Ancona, dei quali non si avevano più notizie da quasi sei giorni. Il matrimonio, partito per un'escursione tra le Dolomiti del Veneto e del Friuli, è stato localizzato e recuperato nelle prime ore di martedì mattina, all'alba, da una squadra del soccorso alpino.

Il lieto fine arriva dopo ore di apprensione e di ricerche condotte su un terreno impervio e complesso, che ha messo a dura prova le capacità dei soccorritori e la resistenza fisica dei due coniugi, ritrovati stremati ma fortunatamente illesi.

Il recupero nella notte lungo un sentiero impervio

Il ritrovamento è avvenuto lungo il sentiero Arturo Marini, in una zona impervia e di difficile accesso che si trova a pochi passi dai ruderi di Casera Col Cadorin, nel territorio della provincia di Pordenone, sebbene la zona sia al confine tra le due regioni. I due si trovavano a una quota di circa 1.700 metri, bloccati lungo un sentiero dismesso che presenta numerosi tratti pericolosi, di fatto abbandonato e non più battuto dai frequentatori abituali della montagna.

A coordinare le operazioni di salvataggio è stato Alessandro Valmassoni, vice capostazione della stazione di Centro Cadore, nel Bellunese, il quale ha diretto le squadre a terra e i sorvoli in elicottero che hanno scandito le estenuanti battute di ricerca dei giorni precedenti.

Le condizioni fisiche dei due escursionisti, al momento del ritrovamento, apparivano critiche: esausti per la fatica e la prolungata esposizione agli agenti atmosferici, non erano più in grado di proseguire autonomamente a causa delle oggettive difficoltà del terreno e del loro stato di salute compromesso dalla lunga attesa. I tecnici del Soccorso alpino, una volta avvistati, hanno provveduto a metterli in sicurezza e a prestare loro le prime cure del caso, constatando che, nonostante la debilitazione generale, non presentavano ferite gravi o traumi rilevanti.

La complessità dell'intervento è stata sottolineata dai soccorritori, che hanno parlato di un'operazione difficile, resa ancora più complessa dall'incertezza iniziale relativa all'itinerario seguito dalla coppia.

Le parole dei soccorritori e la strategia di ricerca

Silvio Martini, capostazione del Soccorso alpino della Valcellina, e Sergio Buricelli, del CnSas Fvg, hanno riassunto le fasi salienti dell'operazione, sottolineando come l'assenza di un itinerario preciso abbia inizialmente diramato le ricerche su un'area vastissima. "Non conoscevamo con precisione il loro itinerario, e i percorsi possibili in quella zona erano molti", hanno spiegato i due tecnici, descrivendo una copertura del territorio effettuata a fatica con squadre a piedi e ripetuti sorvoli in elicottero, che hanno scandito le giornate di ricerche senza sosta.

Le difficoltà logistiche e l'ampiezza del raggio d'azione hanno reso le operazioni particolarmente gravose, richiedendo un impiego massiccio di uomini e mezzi per setacciare ogni anfratto della montagna.

Un aspetto che ha colpito i soccorritori, e che è emerso chiaramente nel racconto del salvataggio, riguarda la scelta dei due escursionisti di fermarsi invece di tentare di proseguire lungo un sentiero che si è rivelato insidioso e pericoloso. "Sono stati bravi a fermarsi invece di avventurarsi", hanno commentato Martini e Buricelli, riconoscendo in questa decisione un fattore determinante che ha evitato conseguenze ben più gravi, impedendo ai due di incamminarsi verso tratti ancora più impervi o di cadere in crepacci nascosti.

La prudenza dimostrata dalla coppia, seppur in una situazione di estrema difficoltà, ha permesso ai soccorritori di circoscrivere l'area delle ricerche e di concentrare gli sforzi in una porzione di territorio specifica, facilitando il lieto epilogo della vicenda.

La sopravvivenza senza cibo e il ruolo della natura

La sopravvivenza di Davide e Chiara per quasi sei giorni, senza rifornimenti e con le temperature rigide delle notti in alta quota, è stata resa possibile dalla presenza di un elemento naturale fondamentale: un ruscello che scorreva nei pressi del punto in cui si erano accampati. "Non abbiamo mangiato nulla per giorni", avrebbero raccontato i due ai soccorritori, come riportato dal Corriere della Sera, "siamo vivi grazie alla natura, il ruscello vicino a noi ci ha aiutato a sopravvivere e ci ha dato lo stimolo per continuare a crederci".

L'acqua, fonte primaria di sostentamento, ha rappresentato non solo un supporto fisico per idratarsi e mantenere le funzioni vitali, ma anche un punto di riferimento psicologico che ha alimentato la speranza durante le lunghe ore di attesa, scandite dal freddo e dalla stanchezza.

I due coniugi, che avevano trovato rifugio sotto un albero per proteggersi dalle intemperie notturne, hanno resistito affidandosi esclusivamente alle proprie risorse e alla presenza di quell'acqua che scorreva incessante. L'assenza di cibo, seppur debilitante, è stata compensata dalla possibilità di bere e di mantenersi idratati, un fattore che ha evitato il collasso fisico e ha permesso ai due di rimanere coscienti e reattivi fino all'arrivo dei soccorsi.

Le loro parole, pronunciate a caldo al momento del salvataggio, restituiscono l'immagine di una lotta contro il tempo e contro gli elementi, vinta grazie alla determinazione e, paradossalmente, alla scelta di non muoversi da un luogo che, seppur remoto, offriva l'unica risorsa indispensabile per la sopravvivenza.

Un bilancio di fatica e di speranza per la montagna

Il rientro a casa per Davide Cesaroni e Chiara Pesaresi, seppur segnato dalla provazione fisica e psicologica dei giorni di isolamento, rappresenta un esito felice che restituisce un senso di sollievo alle loro famiglie e a tutta la comunità di Osimo, che aveva seguito con apprensione le fasi delle ricerche. Le condizioni di salute dei due, dopo le prime valutazioni sul posto, sono state giudicate compatibili con un trasporto in strutture sanitarie per gli accertamenti del caso, ma la notizia che nessuno dei due abbia riportato traumi gravi ha immediatamente rasserenato gli animi.

L'intero dispositivo di soccorso, coordinato tra diverse stazioni e regioni, ha dimostrato l'efficacia della macchina dei soccorsi in montagna, capace di operare in condizioni estreme e di portare a termine un salvataggio che sembrava destinato a complicarsi di ora in ora.

La vicenda, al di là del lieto fine, riporta l'attenzione sui rischi connessi alla frequentazione di sentieri non segnalati o non più agibili, soprattutto in zone di alta montagna dove le condizioni meteorologiche e orografiche possono mutare rapidamente. La scelta di Davide e Chiara di fermarsi, anziché proseguire a rischio della propria incolumità, è stata determinante e ha permesso ai soccorritori di trovarli ancora in vita, nonostante la mancanza di viveri e l'esposizione al freddo notturno.

La loro esperienza si configura come un monito indiretto per tutti gli appassionati di escursionismo, chiamati a valutare con estrema attenzione i percorsi da intraprendere e a dotarsi di strumenti di comunicazione adeguati, elementi che in questa occasione sono mancati ma che non hanno impedito, per fortuna, il ritorno a casa dei due protagonisti di questa storia.

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