La guerra dell'asciugamano, gol annullati e un abbandono: la Coppa d'Africa che non ti aspetti

Articolo Precedente

precedente
Articolo Successivo

successivo

Redazione Sport Redazione Sport   -   Oltre ai gol annullati e ai rigori contestati, la finale di Coppa d'Africa tra Marocco e Senegal, vinta da quest'ultimo per 1-0 dopo un tempo supplementare carico di tensione, ha riservato un episodio meno plateale ma altrettanto significativo, passato quasi inosservato nelle dirette televisive. Si è trattato, per usare un'espressione divenuta rapidamente di moda, della cosiddetta "guerra dell'asciugamano", una schermaglia surreale che ha visto alcuni raccattapalle marocchini, affiancati dal calciatore Saibari, tentare ripetutamente di sottrarre il telo al secondo portiere senegalese Diouf. L'obiettivo, piuttosto trasparente, era impedire a Édouard Mendy, portiere titolare, di asciugarsi adeguatamente i guanti in un momento cruciale della partita, aggiungendo un tassello di provocazione a un clima già surriscaldato.

Il ricorso alla CAF e le reazioni istituzionali

La Federazione marocchina, del resto, non ha gradito lo svolgersi degli eventi e ha annunciato ufficialmente di aver sporto ricorso sia alla Confédération Africaine de Football che alla FIFA, contestando una serie di episodi arbitrali e il generale svolgimento della contesa. Una mossa che conferma come le polemiche siano destinate a continuare ben oltre il fischio finale, trasformando quella che avrebbe dovuto essere una celebrazione del calcio continentale in un caso da dibattere negli uffici dei giudici sportivi. Dall'altra parte, il Senegal vive invece un momento di esultanza collettiva, culminato con la decisione del presidente Bassirou Diomaye Faye di proclamare una festa nazionale, permettendo a tutti di celebrare senza pensieri un traguardo storico, il secondo Titolo africano dopo quello del 2022.

Il giorno dopo: tra festeggiamenti e polemiche irrisolte

L'eco dei festeggiamenti, che si sono diffusi anche in alcune comunità senegalesi in Italia come dimostrano le immagini dal lungolago di Lecco, non basta a cancellare l'assurdità di certe scene. L'abbandono del campo da parte della nazionale senegalese, protesta per un rigore concesso agli avversari che ha fermato il gioco per oltre un quarto d'ora prima del rientro guidato da Sadio Mané, costituisce un precedente grave. A ciò si aggiungono le prodezze tecniche finite male, come il cucchiaio "folle" e fallito di Brahim Díaz dal dischetto, e il successivo teatrino delle scuse, elementi che dipingono un quadro complessivo di partita fuori controllo.

Un finale che solleva interrogativi sul futuro

Ciò che resta, a freddo, è la sensazione di aver assistito a qualcosa di unico e deplorevole, difficile da dimenticare e ancor più da giustificare. Gli ingredienti ci sono tutti: la pressione di una finale, decisioni arbitrali discusse, reazioni esasperate delle squadre e persino sotterfugi da spogliatoio come la vicenda dell'asciugamano. Mentre il Marocco prepara i suoi documenti per il ricorso e il Senegal si gode il trionfo, la partita di Rabat smette di essere un semplice evento sportivo per diventare un caso di studio, un concentrato di tensioni che il calcio africano dovrà necessariamente metabolizzare.

Puoi condividere questo articolo o riprenderne i contenuti, anche parzialmente, citando la fonte con link attivo a informazione.news, il portale online di notizie e approfondimenti.