Il figlio dell’ayatollah è la nuova Guida: Mojtaba Khamenei prende il potere a Teheran tra i bombardieri

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Redazione Esteri Redazione Esteri   -   La successione, annunciata inizialmente da fonti vicine all’opposizione monarchica e poi rilanciata da diversi media internazionali, sarebbe avvenuta in un contesto di assoluta emergenza, con l’Assemblea degli Esperti – l’organo di 88 religiosi incaricato della designazione – riunitasi in gran segreto nonostante la caccia aperta dichiarata da Israele nei confronti di ogni possibile candidato. Una scelta, quella del secondo genito del leader ucciso, che porta alla ribalta una figura rimasta per anni nell’ombra, un uomo di cinquantasei anni considerato il figlio più influente e politicamente potente della famiglia, nonché storicamente vicino ai pasdaran e agli apparati di sicurezza. Se da un lato la nomina mira a garantire una parvenza di continuità dinastica – un’ipotesi che lo stesso ayatollah definto aveva sempre pubblicamente escluso – dall’altro espone il nuovo leader a una pressione internazionale senza precedenti, resa esplicita dalle parole del primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu, il cui “benvenuto” è suonato più come una minaccia di morte che come un formale atto di riconoscimento. Né sono mancate le reazioni immediate degli Stati Uniti, con il presidente Donald Trump che, dopo aver invitato il popolo iraniano a liberarsi del regime, non ha escluso la possibilità di un dialogo con la nuova leadership, un’apertura che contrasta con la ferocia dei raid che continuano a colpire il paese.

L’incognita della legittimità e le crepe nell’establishment

Tuttavia, la proclamazione di Mojtaba Khamenei non sembra aver messo fine alle turbolenze interne al sistema di potere iraniano. Diverse fonti, inclusi alcuni membri dell’Assemblea degli Esperti citati dall’agenzia Adnkronos, hanno inizialmente gettato ombre sulla regolarità e sui tempi della procedura, con l’ayatollah Ahmad Khatami che si è limitato a confermare che le opzioni erano state definite, mentre altri hanno smentito che fosse in corso una votazione formale, definendo le indiscrezioni come operazioni di “guerra psicologica” orchestrate da Israele. Questa ridda di voci contrastanti – alimentata anche dal silenzio iniziale dei media ufficiali e dal rinvio a data da destinarsi dei funerali del padre – lascia intravedere le possibili frizioni tra le diverse anime del regime: da una parte le Guardie della Rivoluzione, che avrebbero spinto per l’elezione del loro candidato, e dall’altra la componente più tradizionalista del clero, preoccupata per una deriva dinastica che mina le fondamenta stesse della legittimità religiosa della Repubblica Islamica. La cerimonia di insediamento, se mai ci sarà, avverrà quindi sotto una pioggia di missili Tomahawk, mentre l’aviazione israeliana continua a colpire con cadenza quasi oraria caserme, antenne televisive e quartier generali dei pasdaran, nel tentativo di decapitare ogni struttura di comando e di comunicazione.

La guerra parallela per il controllo del territorio

Mentre la diplomazia europea, per bocca dell’Alta rappresentante Kaja Kallas, esprime la più viva preoccupazione per un conflitto che rischia di allargarsi a macchia d’olio, definendo la situazione come un “momento pericoloso” per il vecchio continente, il teatro bellico si espande ben oltre i confini persiani. Non si contano più soltanto i danni alle infrastrutture strategiche iraniane – arsenali, basi missilistiche e siti nucleari – ma si moltiplicano gli incidenti che coinvolgono attori terzi: un missile diretto verso la Turchia è stato abbattuto dalle difese Nato nel Mediterraneo orientale, mentre un sommergibile americano ha affondato una nave da guerra iraniana al largo dello Sri Lanka. Il conflitto, insomma, sta assumendo i contorni di una guerra regionale dai contorni sempre meno definiti, nella quale Hezbollah in Libano e le milizie filo-iraniane in Iraq e Siria sono già in stato di mobilitazione. La stessa scelta di colpire la sede dell’Assemblea degli Esperti a Qom, una delle città più sacre dell’Islam sciita, rappresenta un’escalation senza precedenti, un attacco al cuore pulsante della legittimità teologica del regime che mira a decapitare il nemico nel suo stesso santuario.

Il peso del denaro e l’enigma della sopravvivenza

Dietro la figura algida e schiva del nuovo leader, emergono i contorni di un patrimonio personale che gli analisti descrivono come immenso, composto da lingotti, diamanti, ville e jet privati – una ricchezza che stride con la retorica rivoluzionaria e che espone Mojtaba Khamenei a facili critiche da parte di una popolazione stremata dalle sanzioni e dall’inflazione. La domanda che aleggia sui tavoli dei comandi militari israeliani e americani, così come nei corridoi di Bruxelles, è se una Repubblica Islamica guidata da un uomo dall’aura controversa e privo di esperienza diretta di governo possa effettivamente sopravvivere alla pressione combinata della guerra esterna e del malcontento interno. Per ora, il regime reagisce colpendo basi nemiche in Paesi terzi e cercando di regionalizzare il conflitto, come dimostra l’attacco con droni contro la base britannica di Akrotiri a Cipro, ma la sensazione è che la partita più vera si giochi sulla capacità di tenuta delle cosiddette “cellule a mosaico” del potere iraniano, quei poteri paralleli e quelle reti clientelari che per decenni hanno garantito la resilienza del sistema e che ora, private del loro centro nevralgico, potrebbero frammentarsi. L’unica certezza, in questo scenario di fumo e macerie, è che la guerra è appena cominciata e che il suo esito è tutt’altro che scontato.

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