Giorgia Meloni e il deepfake in sottoveste: «foto false create con l’ia». La denuncia della premier e la reazione dell’europarlamento
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Redazione Interno
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«Girano in questi giorni diverse mie foto false, generate con l’intelligenza artificiale e spacciate per vere da qualche solerte oppositore». Questo il post, comparso sui profili social della presidente del Consiglio, con cui Giorgia Meloni ha reso pubblico l’ennesimo caso di manipolazione digitale ai danni di una figura pubblica. L’immagine incriminata, che ritrae la premier in sottoveste mentre si trova su un letto, è un deepfake realizzato con strumenti di Intelligenza Artificiale e non – come lasciavano intendere alcuni post – uno scatto privato trapelato dalla sua vita personale.
L’approccio della premier alla vicenda si è articolato su due piani distinti, come ricostruito dalle agenzie e dalle testate che hanno seguito la diffusione della bufala. Da un lato, una vena di ironia tagliente; nel condividere lo scatto falso, Meloni ha infatti scritto di dover riconoscere l’abilità del suo autore, specificando che «almeno nel caso in allegato, l’immagine mi ha anche migliorata parecchio». Dall’altro, la consapevolezza della pericolosità intrinseca dello strumento: i deepfake non sono un divertissement tecnologico innocuo, ma una leva pericolosa per ingannare l’opinione pubblica e manipolare la percezione della realtà.
La risposta politica europea e i rischi della disinformazione
La vicenda ha immediatamente varcato i confini nazionali, trovando eco nelle istituzioni europee. Il gruppo dei Conservatori e Riformisti all’Eurocamera (ECR), che rappresenta la casa europea di Fratelli d’Italia, ha prontamente presentato una risoluzione urgente al Parlamento Europeo. Scopo del documento, si legge nelle note diffuse, è «chiedere alla Commissione europea un’applicazione rigorosa della legge sull’IA». La richiesta arriva in un contesto in cui i leader del continente, come sottolineato dai co-presidenti del gruppo (Nicola Procaccini e Patryk Jaki), si trovano esposti a pratiche che «inducono in errore i cittadini e minano la fiducia». Sebbene la premier possa permettersi il lusso di replicare attraverso i propri canali ufficiali, l’allarme lanciato nelle sue dichiarazioni riguarda soprattutto le persone comuni, quelle che «non possono difendersi» in maniera altrettanto efficace.
Quando la satira supera il limite della credibilità
Non si tratta, in realtà, di un episodio isolato nel panorama della comunicazione politica. La facilità con cui oggi si possono generare ritratti iper-realistici ha abbassato la soglia della diffidenza. Un utente identificato semplicemente come «Roberto» aveva condiviso l’immagine credendola vera, commentando con indignazione il comportamento della premier, giudicato «indecoroso per un ruolo istituzionale». Questo passaggio, riportato dalla premier stessa nel suo sfogo, evidenzia il meccanismo perverso del deepfake: la creazione di un danno reputazionale immediato, che spesso viaggia alla stessa velocità della futura smentita.
Il Foglio, citando un’analisi di NewsGuard, ha ricordato come questi contenuti non siano solo attacchi personali, ma spesso veicolino narrative geopolitiche più ampie. La disinformazione che colpisce una figura di spicco come Meloni – chiudono gli analisti – può inserirsi in contesti più vasti, servendo come grimaldello per amplificare presunte fratture all’interno del blocco occidentale. Un contesto complesso che rende la semplice cancellazione dell’immagine dalla rete particolarmente difficoltosa.
Il vuoto normativo nonostante le tutele penali
Sul piano giudiziario, l’ordinamento italiano ha già mosso passi in avanti nella repressione del fenomeno. Come riportato dalla stampa tedesca e italiana in queste ore, il governo ha già modificato l’articolo 612 del codice penale, introducendo fattispecie specifiche per la diffusione illecita di contenuti manipolati con l’AI. La pena prevista, in caso di condanna, varia da uno a cinque anni di reclusione. Tuttavia, come sottolineato da più parti, esiste una differenza sostanziale tra la repressione ex post e la prevenzione o il contenimento immediato del danno. Le forze dell’ordine faticano ancora a ottenere la rimozione fulminea di questi contenuti dalle piattaforme che li ospitano.
La reazione ironica della premier – «mi ha migliorata parecchio» – non deve trarre in inganno. Dietro la battuta si cela la constatazione che, per screditare un avversario, ormai si possa utilizzare qualsiasi strumento tecnologico a disposizione.




