Verona-Genoa, la vittoria di De Rossi e il ko che complica i piani salvezza di Sammarco

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Redazione Sport Redazione Sport   -   Finisce 2-0 per il Genoa il lunch match della ventinovesima giornata di Serie A, un risultato che al Bentegodi pesa come un macigno sulla classifica dell’Hellas Verona e che proietta invece i rossoblù di Daniele De Rossi verso una salvezza sempre più vicina. La partita, che sulla carta presentava insidie notevoli per entrambe le formazioni, si è decisa nella ripresa grazie alle reti di Vitinha, al primo pallone toccato dopo il suo ingresso in campo, e del difensore Leo Ostigard, abile a svettare sugli sviluppi di un calcio piazzato. L’inizio dei padroni di casa era stato incoraggiante, con un tiro-cross di Akpa Akpro che aveva colpito la traversa dopo appena tre minuti, un episodio che avrebbe potuto indirizzare diversamente il match, ma col passare dei minuti la manovra dei gialloblù si è spenta, complice anche un approccio tattico quantomeno discutibile.

L’approccio morbido del Verona e l’arbitraggio di Marchetti

Se ci si aspettava una reazione rabbiosa da parte della squadra di Paolo Sammarco, reduce dalla fondamentale vittoria di Bologna, l’impressione che si è avuta dalla tribuna è stata ben diversa. L’atteggiamento dei veronesi è apparso fin da subito rinunciatario, per non dire remissivo, quasi fossero gli ospiti a dover gestire il risultato e non una squadra disperatamente alla ricerca di punti per uscire dalle sabbie mobili della zona retrocessione. A rendere ancora più complicata la serata per i tifosi di casa ci ha pensato la direzione arbitrale di Marchetti, della sezione di Ostia Lido, la cui prestazione è apparsa incerta e poco sicura, caratterizzata da decisioni che hanno più volte innervosito il pubblico del Bentegodi e che lasciano più di un dubbio sulla sua capacità di dirigere partite di un certo spessore in futuro. Il Verona, che con questa sconfitta interna – l’ennesima – resta inchiodato al penultimo posto con soli 18 punti, non è riuscito a esprimere quel gioco che aveva fatto ben sperare sette giorni prima. Le scelte iniziali di Sammarco, con Orban e Bowie a guidare l’attacco, non hanno prodotto la profondità necessaria, e anche quando nella ripresa sono stati gettati nella mischia elementi come Suslov e Belghali, quest’ultimo rientrante da un lungo infortunio, la reazione è stata troppo frammentaria e poco ragionata per impensierire seriamente Bijlow.

De Rossi: “Sette giorni che volevo esultare. Bravi a non sottovalutarli”

Dall’altra parte, la panchina del Genoa ha potuto godersi una prestazione solida e concreta, la seconda vittoria consecutiva dopo il successo interno contro la Roma. Daniele De Rossi, che una settimana fa aveva trattenuto la sua esultanza per rispetto verso la sua ex squadra, stavolta non si è nascosto. “Erano sette giorni che volevo esultare – ha ammesso con un sorriso a fine partita –, la scorsa settimana non potevo farlo e oggi avevo proprio voglia di tornare a farlo”. Il tecnico romano ha sottolineato come la chiave del match sia stata la capacità di non sottovalutare un avversario che, nonostante la classifica, resta vivo e pericoloso. Il primo tempo, giocato su un campo molto secco che non favoriva le trame veloci, era stato di stallo, ma nella ripresa le giocate dei singoli hanno fatto la differenza. L’ingresso di Vitinha, che con un sinistro potente e preciso dai trenta metri ha beffato Montipò nonostante la conclusione non fosse angolatissima, ha rotto gli equilibri, mentre la zuccata di Ostigud su punizione di Martin ha chiuso definitivamente i conti, regalando ai tremila tifosi arrivati dalla Liguria una festa meritata. De Rossi ha elogiato il gruppo per la maturità mostrata, citando le qualità di Frendrup, giocatore dalle potenzialità enormi, ma ha anche voluto chiarire un retroscena: “Mai stato vicino al Verona – ha spiegato –. Zanetti e Sammarco sono miei amici, e quando ci sono amici in panchina chiedo al mio procuratore di non chiamare”. Ora i rossoblù, con 33 punti in classifica, possono guardare con serenità al finale di stagione, mentre per l’Hellas, orfana di un gioco e di una identità, l’aritmetica comincia a emettere sentenze sempre più severe.

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