Le opzioni su un possibile intervento in Iran, tra raid, guerra ibrida e il nodo della risposta di Teheran
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Redazione Esteri
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Negli ambienti di pianificazione militare degli Stati Uniti e di Israele, mentre il presidente degli Stati Uniti Donald Trump riceve aggiornamenti dal Pentagono, si valutano con freddo pragmatismo le modalità con cui un eventuale intervento esterno potrebbe sostenere i rivoltosi nelle strade dell'Iran, cercando al contempo di contenere le ripercussioni di una risposta che Teheran ha già preannunciato come diretta, in quel caso, anche verso obiettivi israeliani e americani nella regione.
Un calcolo strategico tra opportunità e rischi
L'occasione, per stati che considerano la Repubblica Islamica un avversario strategico dal 1979, appare senza dubbio propizia, dato il dilagare delle proteste – alimentate da un'economia al collasso e da una repressione descritta come brutale, con un blackout selettivo di internet che prosegue da giorni – ma la scelta dello strumento da impiegare non è affatto scontata. Si dibatte, stando alle analisi, se un'azione militare diretta, attraverso bombardamenti o assassini mirati, potrebbe sortire l'effetto desiderato o se, al contrario, provocherebbe un irrigidimento nazionalistico a favore del regime; altri propendono per una strategia di guerra ibrida, fatta di sabotaggi e operazioni cibernetiche, che miri a logorare le strutture di potere senza un coinvolgimento palese. Resta, in ogni scenario, il dilemma di quanta capacità offensiva, in termini missilistici e di milizie proxy, gli ayatollah abbiano ancora da scatenare, una variabile che condiziona ogni valutazione.
Il quadro di tensione e la postura israeliana
In questo contesto di massima allerta, Israele ha innalzato il suo stato di preparazione, consapevole di essere nel mirino delle minacce iraniane, come confermato da fonti di intelligence. Il primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu, che in passato ha definito pubblicamente il governo di Teheran un "regime malvagio e tirannico" e ha espresso fiducia nel desiderio di cambiamento di molti iraniani, osserva gli sviluppi con attenzione, mentre il paese si prepara a possibili ripercussioni. La tensione è palpabile, amplificata dalle dichiarazioni incrociate e dalla memoria di recenti confronti militari nella regione.
La cronaca nera e il silenzio forzato
Sul fronte interno iraniano, intanto, le proteste non accennano a placarsi nonostante le minacce delle autorità, e il bilancio delle vittime, secondo quanto riportato da organizzazioni non governative, continua a salire, toccando cifre che superano il centinaio. Un testimone, in un racconto raccolto da un network internazionale, ha parlato di un ospedale della capitale dove i corpi sarebbero stati ammassati, un'immagine che, sebbene non verificabile in modo indipendente a causa delle restrizioni alla comunicazione, dipinge un quadro di estrema gravità. Il governo persiste nell'oscuramento del web, strumento ritenuto cruciale sia per l'organizzazione del dissenso che per la documentazione di quanto accade, isolando ulteriormente il paese e rendendo opache le reali dimensioni della crisi in corso.




