Roma blindata per il corteo “No Kings”, tra la paura per la guerra e l’ombra degli anarchici
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Redazione Interno
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L’allerta è massima, nella Capitale, in attesa del corteo nazionale del movimento “No Kings Italy”, quella “grande marcia popolare” che questo pomeriggio, partendo da piazza della Repubblica alle quattordici per poi snodarsi fino a San Giovanni, intende portare in strada un messaggio chiaro contro l’autoritarismo, contro la guerra – in particolare quella in corso in Iran – e contro il riarmo, senza dimenticare, naturalmente, il “no al governo” e a quelle che definiscono derive repressive.
Si tratta, per gli organizzatori, di una mobilitazione che ha radici profonde nel tessuto sociale, forte dell’adesione di oltre settecento sigle, un’aggregazione eterogenea che va dai grandi sindacati come la Cgil alle associazioni umanitarie come Emergency e Amnesty International, passando per la Rete Italiana per la Pace e il Disarmo, realtà pro Palestina, collettivi transfemministi, attiviste iraniane e movimenti per il clima, fino ad arrivare, inevitabilmente, ai centri sociali e ai gruppi anarchici. Una compagine variegata, quella che si prepara a “bloccare Roma con i corpi”, come auspicato dai portavoce, e che ha scelto questa data – il 28 marzo – non a caso, per sincronizzarsi con un’onda di proteste che attraversa il globo.
L’America in piazza, 3.100 manifestazioni e l’eredità di Askatasuna
Oggi, infatti, non si scende in piazza solo a Roma. Sono tremilacento le mobilitazioni previste negli Stati Uniti, in quella che gli stessi organizzatori d’oltreatlantico definiscono la più grande manifestazione della storia americana, un’iniziativa lanciata sotto la bandiera “No Kings” per contrastare quella che viene percepita come la deriva autoritaria dell’amministrazione Trump, ora nuovamente alla Casa Bianca, e le sue politiche sull’immigrazione e sulla guerra in Iran. Un movimento, quello americano, che ha già registrato numeri da record nelle precedenti edizioni di giugno e ottobre, e che oggi si prepara a riversarsi nelle strade di città come Atlanta, New York e St. Paul, dove sono attesi persino artisti del calibro di Bruce Springsteen.
L’eco di questa mobilitazione globale si riflette in modo particolare sul percorso del corteo romano, reso ancora più delicato da un clima di tensione che aleggia sulla città da giorni. La scelta di questa data, va ricordato, era stata fatta propria già tempo fa dagli attivisti legati al centro sociale Askatasuna di Torino, sgomberato lo scorso dicembre, i quali avevano individuato il 28 marzo come momento catalizzatore per le loro iniziative. Un appuntamento, questo, che assume contorni particolarmente preoccupanti all’indomani della morte di Sara Ardizzone e Alessandro Mercogliano, due anarchici legati all’ambiente di Alfredo Cospito, deceduti giorni fa nel crollo di un casolare al Parco degli Acquedotti mentre, secondo le indagini della procura, stavano assemblando un ordigno artigianale. Un’esplosione, quella del casale del Sellaretto, che ha riacceso i riflettori della Digos e della prefettura sulla possibilità che frange violente possano tentare di infiltrarsi nel corteo, portando con sé pratiche non condivise dalla maggioranza dei manifestanti.
Il piano sicurezza e le parole degli organizzatori
Il piano di sicurezza messo a punto dal Viminale e dal comitato per l’ordine e la sicurezza pubblica, dunque, è stato particolarmente stringente. Già da questa mattina, gli arrivi di pullman e treni da fuori regione sono monitorati con attenzione, con controlli capillari nelle stazioni e ai caselli autostradali, mentre lungo il percorso della manifestazione sono state rimosse le auto in sosta per evitare possibili danneggiamenti o utilizzi impropri. Il ministro dell’Interno, Matteo Piantedosi, ha parlato di una minaccia concreta e strutturata, ricordando come l’anarco-antagonismo violento non possa essere liquidato come semplice folklore, ma richieda il massimo livello di attenzione per tutelare le infrastrutture critiche e la sicurezza dei cittadini.
I portavoce dei “No Kings Italia”, dal canto loro, hanno tentato di marcare una netta distanza da queste preoccupazioni. In conferenza stampa, gli organizzatori hanno respinto con forza quella che hanno definito “strumentalizzazione”, ovvero il tentativo di intestare la marcia popolare esclusivamente alle aree più radicali o anarchiche. Luca Blasi, uno dei portavoce, ha tenuto a sottolineare che se ci saranno persone intenzionate a portare pratiche non in linea con il movimento, queste non faranno parte della manifestazione; il corteo, ha ribadito, si svolgerà secondo le modalità espresse dal comitato promotore, che non vuole essere accostato a realtà con cui non condivide né i metodi né, in alcuni casi, gli obiettivi. Una precisazione, questa, che arriva mentre la Città dell’Altra Economia ospitava ieri il concerto di lancio e mentre si attende ora di vedere se il flusso di quindicimila partecipanti annunciati (numero che potrebbe lievitare) riuscirà a mantenersi entro i binari della protesta pacifica.
Dalla piazza della Repubblica a San Giovanni, una mobilitazione in tempo di guerra
Il corteo, che si snoderà per via Cavour, piazza dell’Esquilino, via Merulana fino a piazza San Giovanni, si svolge in un contesto internazionale infuocato. La guerra in Iran, che ha visto gli Stati Uniti entrare in campo al fianco di Israele, è uno dei motivi principali della rinascita di questa mobilitazione globale, così come lo sono le polemiche sui presunti abusi di potere interni ai singoli Stati. Sul fronte interno, la manifestazione di oggi rappresenta anche un termometro politico dopo la recente tornata referendaria sulla giustizia, un voto che i promotori leggono come un “no” generale a un sistema in cui una minoranza, a loro dire, cerca di imporre regimi oppressivi.
Mentre a Roma la macchina organizzativa della polizia locale e delle forze dell’ordine lavora per gestire le deviazioni e garantire la sicurezza, gli occhi restano puntati sui gruppi che comporranno il lungo serpentone umano. La presenza del mondo sindacale e dell’associazionismo più tradizionale, da una parte, e la spinta propulsiva di movimenti come quello pro Palestina e dei centri sociali dall’altra, disegnano il profilo di una piazza composita, in cui la voglia di dire “no alla guerra” si intreccia con la tradizionale contestazione al governo Meloni e con il sostegno alle lotte transnazionali. A testimonianza di come l’attenzione sia altissima, anche l’europarlamentare Ilaria Salis, presente a Roma per partecipare al corteo, ha denunciato nella mattinata di essere stata sottoposta a un controllo preventivo in albero, definendo l’accaduto come l’effetto di un decreto sicurezza che trasformerebbe il Paese in uno “Stato di polizia”.




