Il corteo No Kings, tra mobilitazione globale e l’incognita delle frange antagoniste
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Redazione Interno
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Era partita come una scommessa, quasi una scommessa sulla capacità di ricucire un malcontento diffuso, e si appresta a trasformarsi in una festa enorme ma, al contempo, in un test delicatissimo per le forze dell’ordine: la due giorni romana del movimento No Kings, in sincronia con le mobilitazioni statunitensi e inglesi contro il sovranismo e l’autoritarismo, rappresenta il prossimo passaggio della campagna per il No al referendum, quel variegato fronte che ha attraversato il paese coinvolgendo soprattutto i più giovani. Sabato 28 marzo, la mobilitazione internazionale indetta dal movimento No Kings Italia – “Contro i Re e le loro guerre” – scenderà in piazza a Roma, mentre a Londra si terranno le omonime manifestazioni e negli Stati Uniti si celebrerà il No Kings Day, in un’ideale staffetta globale che intende mettere in connessione le opposizioni ai governi di destra. Non a caso, la Fondazione Nuto Revelli, tra gli aderenti, sottolinea come questa iniziativa voglia raccogliere lo sdegno di chi non accetta di restare spettatore di fronte alla deriva autoritaria in Europa e nel mondo, alle guerre e alle spese militari, rifiutando la retorica che giustifica bombardamenti e mire imperialiste sotto la bandiera dei diritti dei popoli.
Piazza della Repubblica a San Giovanni, la prima prova di piazza dopo il referendum
Quella che era nata come una manifestazione larga e partecipata contro “le guerre e l’autoritarismo” è nei fatti diventata anche la prima grande prova di piazza anti-governativa dopo l’ampio successo del No al referendum sulla giustizia. L’appuntamento di sabato, con partenza alle 14 da piazza della Repubblica e arrivo a piazza San Giovanni, è stato preceduto da un concerto gratuito venerdì 27 alla Città dell’Altra Economia a Testaccio, con un parterre di artisti come Mannarino, Daniele Silvestri, Willie Peyote e Ditonellapiaga che ha contribuito ad alzare l’attenzione mediatica. I numeri parlano di un preavviso di 15mila partecipanti, ma i portavoce del movimento, come Luca Blasi, non nascondono l’aspettativa di una partecipazione ben più massiccia, forte dell’adesione di oltre 700 realtà che vanno dai sindacati – con il segretario della Cgil Maurizio Landini annunciato al corteo – all’Arci, fino alla Fiom e a Rete Pace e Disarmo. La richiesta, esplicita e senza mezzi termini, è rivolta al governo: dimissioni in blocco, in un’ottica che però critica anche l’opposizione tradizionale, ritenuta troppo concentrata su dinamiche di leadership piuttosto che su un’effettiva riorganizzazione dal basso.
L’ombra di Askatasuna e l’allerta per le infiltrazioni violente
Se la macchina organizzativa è imponente e la cornice politica è quella della mobilitazione pacifica, lo scenario che preoccupa gli addetti alla sicurezza è rappresentato dalle possibili infiltrazioni da parte di frange antagoniste. La minaccia, più che mai concreta ma non certa, ruota attorno alla possibilità che l’appuntamento di sabato possa essere cavalcato da militanti di “Askatasuna”, il centro sociale sgomberato dalla polizia lo scorso dicembre a Torino. Proprio gli strascichi di quello sgombero, con le successive proteste e le rivendicazioni violente di chi parlava apertamente di “logoramento dello schieramento avversario”, hanno tenuto alta la tensione nelle settimane precedenti. Il movimento No Kings, da parte sua, ha tentato di blindare l’evento con un messaggio chiaro: chi verrà in piazza per portare pratiche non condivise, semplicemente non fa parte del movimento. Tuttavia, la Questura di Roma ha messo a punto un piano sicurezza serrato, monitorando non solo il percorso del corteo ma anche caselli autostradali e snodi ferroviari, consapevole che centinaia di pullman stanno raggiungendo la capitale da tutta Italia.
La matrice internazionale e il clima di massima attenzione
Il respiro internazionale dell’iniziativa non è un dettaglio di sfondo, ma il cuore stesso del progetto: da un lato il riferimento al “No Kings Day” americano, che si inserisce nella scia delle proteste contro l’amministrazione Trump – definita dal movimento progressista statunitense come una deriva monarchica – e dall’altro la sintonia con le mobilitazioni britanniche. In questo quadro, la manifestazione romana si pone come un crocevia, un tentativo di mostrare che il fronte contro il “sovranismo” non ha confini. La preoccupazione delle autorità, però, resta alta anche alla luce di recenti episodi di cronaca, come la morte dei due anarchici avvenuta mentre, secondo gli inquirenti, assemblavano un ordigno, un episodio che ha contribuito a irrigidire il clima. Così, mentre i manifestanti si preparano a “invadere Roma e bloccarla con i corpi”, come annunciato dagli stessi organizzatori, le forze dell’ordine si preparano a gestire una marea umana composita, consapevoli che l’equilibrio tra l’espressione democratica del dissenso e il rischio di derive violente sarà la vera sfida della giornata.




