No Kings Day, a Roma contro guerre e governo Meloni
Articolo Precedente
Articolo Successivo
Redazione Interno
-
Roma si è trasformata ieri in un crocevia di proteste, un caleidoscopio di istanze che, partendo dalla spinta internazionale del movimento “No Kings”, hanno trovato nel cuore della Capitale un punto di aggregazione tanto vasto quanto variegato. “Per un mondo libero dalle guerre”: è questo lo striscione che apriva la lunga serpentina umana partita da piazza della Repubblica, un manifesto visivo che tentava di sintetizzare la complessità di una mobilitazione capace di tenere insieme il pacifismo più radicale, la critica al governo guidato da Giorgia Meloni e la solidarietà verso la Palestina. A rendere plastica la portata del corteo ci hanno pensato i simboli che affollavano via Cavour e via Merulana: accanto alle infinite bandiere arcobaleno e ai vessilli palestinesi, spiccavano missili di cartone sui quali, con una certa ironia grottesca, si erano seduti a cavalcioni dei bambini, mentre gli striscioni di Emergency (“io obietto la guerra”) e di altre realtà dell’associazionismo tracciavano il perimetro di una piazza che, nelle intenzioni dei partecipanti, voleva rappresentare un’alternativa alla narrazione governativa.
Se il palcoscenico romano era solo uno dei cinquanta stati in cui si svolgevano le proteste – con oltre tremila manifestazioni coordinate negli Stati Uniti contro l’amministrazione Trump – il cuore pulsante della contestazione italiana ha assunto contorni specifici e, per certi versi, maggiormente definiti dalla contingenza politica nazionale. Gli organizzatori hanno parlato di una partecipazione di trecentomila persone, mentre le forze dell’ordine, con un consueto e prudente realismo, hanno ridimensionato il dato a circa venticinquemila presenze, una forbice che ha subito acceso il dibattito ma che, al di là della cifra precisa, ha attestato la capacità di richiamo del movimento. Il corteo, inizialmente previsto per concludersi in piazza San Giovanni, ha ottenuto il via libera dalla questura per proseguire fino al Verano, una decisione presa “formalmente” dopo che gli organizzatori hanno richiesto lo slittamento per via di una partecipazione “superiore a quella preavvisata”.
Un’iconografia della rabbia tra politica e simbologie antagoniste
Nel fluire del corteo – seguito costantemente da un elicottero della polizia e presidiato da oltre mille agenti schierati lungo il percorso – non sono mancati elementi di forte tensione visiva e politica. Una ghigliottina di legno, simbolo storico di giustizia rivoluzionaria, ha fatto da sfondo a una serie di manifesti che ritraevano a testa in giù il presidente del Consiglio Giorgia Meloni, affiancata dal ministro della Giustizia Carlo Nordio e dal presidente del Senato Ignazio La Russa. Una rappresentazione che, nelle intenzioni dei manifestanti, intendeva simboleggiare il rifiuto di quella che viene definita una “deriva autoritaria” del governo. Contestualmente, in alcuni punti del corteo, sono stati bruciati cartelloni raffiguranti le bandiere degli Stati Uniti e di Israele, un gesto che ha contribuito ad alzare il tiro polemico della giornata.
La presenza delle frange più estreme del movimento antagonista, tema che nei giorni precedenti aveva alimentato le preoccupazioni della prefettura, si è concretizzata in alcuni striscioni di chiara matrice anarchica. In particolare, ne sono comparsi due che richiamavano vicende giudiziarie e tragiche della cronaca recente: uno dedicato ad Alfredo Cospito (“Contro il 41bis – Lo Stato tortura – Alfredo Libero”) e un altro che citava la coppia di anarchici Sara Ardizzone e Alessandro Mecogliano, deceduti in un casolare al parco degli Acquedotti a seguito dell’esplosione di un ordigno che stavano confezionando (“Se viviamo è per far saltare la testa dei re, con Sara e Sandro”). L’adesione di questi gruppi, provenienti da realtà come il centro sociale “Askatasuna” di Torino – sgomberato lo scorso dicembre – era stata definita nei giorni precedenti come una minaccia “più che mai possibile ma non certa”, un timore che alla fine si è tradotto in una presenza silenziosa ma visibile lungo la folla.
I sindacati e la politica: un’alleanza in piazza
A conferire spessore numerico e organizzativo alla manifestazione è stata la massiccia adesione del sindacato confederale. Maurizio Landini, segretario generale della Cgil, ha percorso la testa del corteo in prima fila, sottolineando come si trattasse di “una piazza contro la guerra, contro la logica e la cultura della guerra”, evidenziando come la risposta referendaria del Paese dimostri una volontà di cambiamento nelle politiche economico-sociali. La presenza di Landini, insieme a quella di esponenti politici come Angelo Bonelli, Nicola Fratoianni e l’europarlamentare Ilaria Salis, ha saldato il fronte che va dai sindacati di base ad Alleanza Verdi e Sinistra. Proprio Salis, che aveva denunciato nei giorni scorsi un controllo di polizia nella sua stanza d’albergo definendolo “intimidatorio” e sostenendo che con il governo Meloni si viva in uno “Stato di polizia”, ha trovato nella piazza un palcoscenico per ribadire queste accuse.
Il contrasto con il governo è emerso anche attraverso slogan come “Vi abbiamo già cacciato una volta”, un chiaro riferimento alla precedente legislatura, mentre le canzoni della tradizione partigiana, come “Bella Ciao”, si alternavano ai canti in favore della pace e ai cori di donne con la kefiah. L’evento, seppur caratterizzato da momenti di forte simbolismo come la presenza di una bandiera di Israele raffigurata con una svastica e macchie di sangue, si è concluso senza incidenti di rilievo, con la questura che ha gestito la rimodulazione del percorso in corso d’opera per far fronte all’afflusso di persone. La giornata ha confermato la capacità del movimento “No Kings” – nato negli Stati Uniti come contenitore di proteste contro l’arroganza del potere esecutivo di Trump – di diventare in Italia un aggregatore trasversale per chi si oppone alla politica estera e interna dell’esecutivo guidato da Giorgia Meloni.




