La Fenice e il caso Venezi: la direttrice parla di bullismo, la premier smentisce il “Corriere”
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Redazione Interno
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La crisi che ha travolto il Teatro La Fenice di Venezia, con la risoluzione del rapporto che legava l’istituzione veneziana al direttore d’orchestra Beatrice Venezi, si arricchisce ora di nuovi e pesanti capitoli. Dopo la doccia fredda della comunicazione ufficiale, arrivata nella giornata di domenica per voce del sovrintendente Nicola Colabianchi, è la stessa musicista a rompere il silenzio, descrivendo un ambiente di lavoro ai limiti del tollerabile. L’artista, che avrebbe dovuto insediarsi a ottobre, non usa mezzi termini per raccontare gli ultimi otto mesi: parla apertamente di una persecuzione sistematica, un accumularsi di episodi che lei definisce senza mezzi termini come veri e propri atti di bullismo orchestrati – è il caso di dirlo – con il tacito consenso dei vertici.
La miccia che ha fatto esplodere la polveriera, come noto, è stata l’intervista rilasciata al quotidiano argentino La Nación, nella quale Venezi aveva ipotizzato che all’interno dell’orchestra della Fenice i posti venissero tramandati “di padre in figlio”. Una frase che il sovrintendente Colabianchi ha definito incompatibile con i princìpi della Fondazione, tanto da giustificare il dietrofront definitivo dopo mesi di difesa a spada tratta. Eppure, nella ricostruzione che emerge dalle parole della direttrice, quella intervista sarebbe stata soltanto il pretesto. Lei sostiene che la sua colpa più grande, agli occhi di una certa “casta” (la parola è sua), fosse quella di essere una “ragazza di provincia” costruita da sola in un mondo, quello della lirica, dove il talento conta meno delle relazioni familiari o delle appartenenze.
Mentre la musica si arena su questi scogli, sul fronte politico la partitura si fa altrettanto complessa. Il Corriere della Sera aveva ipotizzato un ruolo attivo della presidente del Consiglio, Giorgia Meloni, nel suggellare la fine della collaborazione, figurandola come un “via libera” arrivato da Palazzo Chigi dopo che la direttrice era diventata “indifendibile”. La reazione dell’esecutivo, però, è stata fulminea e categorica. Una nota ufficiale ha smentito con nettezza questa ricostruzione, definendola “priva di ogni fondamento” e ribadendo che la premier non è stata in alcun modo coinvolta nella decisione, la quale rimarrebbe una scelta autonoma della governance del teatro veneziano. Una presa di distanza, questa, che il ministro della Cultura Alessandro Giuli ha fatto sua, limitandosi a esprimere “completa fiducia” nel lavoro del sovrintendente senza aggiungere ulteriori dettagli su un’eventuale ingerenza.
Il fronte giudiziario e lo scontro sul contratto
L’orizzonte della vicenda, però, non sembra destinato a chiudersi con un semplice comunicato stampa. Il clima, avvelenato da mesi, sta ora spostando il conflitto sul terreno legale. Le maestranze, da parte loro, non hanno nascosto il sollievo per la conclusione dell’incarico – c’è chi parla addirittura di “festa” dopo l’annuncio – lamentando però di essere finite nel mirino di insulti e minacce sui social a seguito dell’esplosione del caso. Dall’altra parte della barricata, Venezi ha annunciato battaglia, affidandosi a un pool di avvocati. La sua posizione è chiara: denunciare quella che considera una diffamazione sistematica subita nei mesi scorsi, ma anche contestare la legittimità stessa di un licenziamento che lei ritiene ingiusto e dannoso per la propria reputazione professionale.
Il nodo centrale della futura contesa, che potrebbe finire davanti a un giudice, è però di natura squisitamente formale. Mentre la direttrice parla di “risoluzione” di un rapporto già vincolante, il Teatro La Fenice gioca una carta diversa: quella del precontratto. Secondo le ricostruzioni che circolano in queste ore, l’accordo con Venezi potrebbe non avere mai avuto piena validità giuridica, mancando della controfirma del sovrintendente. Se questa tesi dovesse reggere in tribunale, il contendere si sposterebbe dal terreno del licenziamento – con le sue conseguenze risarcitorie – a quello, ben più scivoloso ma giuridicamente diverso, delle trattative interrotte unilateralmente. Un particolare non da poco, che getta un’ombra ulteriore sulla gestione di una delle poltrone più prestigiose della cultura italiana.
La difesa ad oltranza di una outsider
Nell’intervista concessa al **Corriere della Sera** (lo stesso giornale che solo poche ore prima aveva ipotizzato il coinvolgimento politico), Beatrice Venezi ribalta ancora una volta l’accusa. L’artista, che si trova attualmente a Los Angeles, racconta di un’ondata di solidarietà globale ricevuta via social, ma non nasconde l’amarezza per quello che definisce un “abbandono”. La sua è la storia di una che non ha mai avuto la tessera di partito, una che non proviene da una dinastia di musicisti, e proprio per questo – a suo dire – sarebbe stata “bullizzata”.
Lei rifiuta l’etichetta di “raccomandata” che le è stata affibbiata, sostenendo che se fosse veramente stata protetta dalle alte sfere della politica, sarebbe ancora lì, saldamente sul podio della Fenice. Al contrario, descrive un itinerario solitario e accidentato, iniziato simbolicamente dopo la partecipazione al Festival di Sanremo, quando una certa critica, secondo la sua visione, avrebbe iniziato a guardarla con sospetto. E mentre il sipario sembra calare sulla sua avventura veneziana – forse per sempre – resta in sospeso la gestione dell’immediato futuro musicale del teatro, con il sovrintendente Colabianchi che si trova ora a dover ricucire uno strappo che ha diviso non solo i dipendenti ma anche l’opinione pubblica.




