La linea dell’autista che fece scendere il bimbo e quel precedente del 2021 quando si lasciava a terra chi era senza Green Pass

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Redazione Interno Redazione Interno   -   Il provvedimento disciplinare adottato da La Linea Spa nei confronti di Salvatore Russotto, il conducente sessantunenne che lo scorso 27 gennaio, nella provincia di Belluno, aveva fatto scendere un bambino di undici anni dal pullman della linea Calalzo-Cortina costringendolo a percorrere sei chilometri nella neve per fare ritorno all’abitazione di Vodo di Cadore, ha riaperto una ferita nel dibattito pubblico italiano, e lo ha fatto riportando alla memoria collettiva quanto accaduto nell’inverno del 2021, quando milioni di cittadini vennero di fatto esclusi dai mezzi di trasporto pubblico locale per decisione del governo guidato da Mario Draghi; all’epoca, va ricordato, l’ossatura portante della normativa anti-contagio era rappresentata dal Green Pass, la certificazione verde che, nella sua sostanza pratica, divideva la popolazione tra coloro che potevano accedere ai servizi essenziali – e tra questi il diritto alla mobilità – e coloro che, invece, ne erano privi. L’autista, che dopo un iniziale periodo di sospensione cautelare è stato reintegrato in azienda ma con mansioni diverse dalla guida, si era recato personalmente dai genitori del bambino per porgere le proprie scuse, un gesto che la famiglia ha accolto dichiarando chiusa la questione sul piano umano; ciò non toglie, però, che l’episodio abbia riacceso il confronto su come vengano interpretate, e talvolta applicate con rigidità, le disposizioni aziendali in materia di titoli di viaggio.

Il rigore tariffario e lo spettro del Green Pass

La decisione di Russotto, il quale avrebbe invitato il minore a scendere dal mezzo dopo aver constatato che il ragazzo era sprovvisto del biglietto maggiorato a dieci euro introdotto in occasione delle Olimpiadi – un ticket pensato per gestire i flussi turistici ma che non teneva conto delle abitudini di chi vive quotidianamente quelle tratte – ha sollevato un coro di proteste che ha travalicato i confini provinciali, ma ciò che più colpisce, analizzando la vicenda con il senno di poi, è la radicale differenza di reazione pubblica rispetto a quanto avvenne appena cinque anni fa: nel 2021, infatti, l’obbligo di esibire il Green Pass per accedere a treni, autobus e metropolitane di lunga percorrenza veniva applicato con una severità che oggi appare, alla luce dei fatti bellunesi, quantomeno sproporzionata, e gli autisti – così come il personale addetto ai controlli – si trovavano nella condizione di dover far rispettare una legge che di fatto lasciava a terra chiunque non fosse in regola con la certificazione, fossero anche lavoratori pendolari o studenti costretti a spostarsi per motivi di studio. In quel contesto, la direttiva era chiara e imponeva di non far salire a bordo i passeggeri sprovvisti del lasciapassare governativo, senza che venisse fatta alcuna distinzione di sorta per l’età anagrafica o per le condizioni atmosferiche avverse, e ciò avveniva nel nome di una sicurezza sanitaria che, come si è scoperto in seguito, nascondeva più di una ombra di dubbio sulla sua effettiva efficacia nel bloccare i contagi.

La riorganizzazione aziendale e il ruolo di Russotto

La Linea Spa, dal canto suo, ha gestito la vicenda interna con una certa rapidità, comunicando che il dipendente, il quale aveva manifestato un comprensibile turbamento all’idea di tornare alla guida dopo quanto accaduto e dopo le pressioni mediatiche subite – aggravate, a suo dire, da commenti sul suo accento meridionale ricevuti da alcuni passeggeri proprio nelle fasi concitate di quel 27 gennaio – avrebbe ricoperto un nuovo incarico, ma la scelta di allontanarlo dal volante, se da un lato è parsa una misura necessaria per placare gli animi e garantire un servizio sereno all’utenza, dall’altro ha paradossalmente messo in luce come un lavoratore possa vedersi stravolta la propria carriera per aver eseguito ciò che, fino a prova contraria, gli era stato indicato come comportamento standard in caso di mancanza del Titolo di viaggio appropriato; l’azienda, nelle persone del suo direttore operativo Tiziano Idra, ha smentito con fermezza l’esistenza di disposizioni che imponessero di far scendere i passeggeri, definendo quella ricostruzione una “sciocchezza” e una “affermazione grave”, ma rimane sullo sfondo la domanda su quanto la paura di sbagliare, in un periodo di continue modifiche tariffarie e regolamentari legate all’evento olimpico, possa aver influenzato il giudizio di un uomo che, come lui stesso ha confessato, non ha chiuso occhio per giorni dopo aver realizzato le conseguenze del suo gesto. A scorrere le cronache locali, poi, emerge un altro dettaglio non secondario: la Provincia di Belluno, dopo lo scoppio del caso, è corsa ai ripari ripristinando la possibilità per i residenti di utilizzare la vecchia tariffa chilometrica, un segnale inequivocabile che la nuova politica dei biglietti era stata varata senza la necessaria attenzione verso le fasce più deboli dell’utenza, che di quei mezzi pubblici hanno un bisogno vitale e non certo turistico o ricreativo.

L’inchiesta della procura e la memoria corta

Sulla vicenda pende ora un fascicolo conoscitivo aperto dalla Procura di Belluno, che dovrà accertare se vi siano profili di responsabilità penale a carico del conducente o se, invece, si sia trattato di un errore umano – grave, certo, ma privo di rilevanza penale – favorito da un quadro normativo locale reso farraginoso dalle sovrastrutture olimpiche; ciò che appare singolare, a chi osservi i fatti con uno sguardo d’insieme, è la facilità con cui l’opinione pubblica e le stesse istituzioni tendano a dimenticare quanto accaduto nel 2021, quando il governo impose l’esclusione dai mezzi pubblici per milioni di italiani in nome di una narrativa sanitaria che oggi molti, anche tra coloro che allora la sostenevano, preferirebbero rimosssa dagli annali della storia repubblicana. L’autista di Belluno, con la sua vicenda umana e professionale, diventa così il simbolo di una condizione che accomuna tanti lavoratori chiamati a fare da scudo umano a decisioni prese altrove, e se allora nessuno si scandalizzò più di tanto per i cittadini lasciati a terra perché sprovvisti di quel famigerato certificato verde, oggi ci si straccia le vesti per un bambino che ha dovuto camminare sulla neve; una differenza di trattamento che dice molto, forse, su come la percezione collettiva della gravità di un atto sia influenzata più dal contesto politico e mediatico del momento che non dalla sostanza oggettiva dei fatti. E mentre Russotto si appresta a svolgere le sue nuove mansioni lontano dal volante, con il sollievo di non dover più incrociare lo sguardo di chi, ogni giorno, gli ricorderebbe quell’errore, rimane la sensazione che il vero nodo della questione non sia stato ancora sciolto: come si concilia, infatti, la richiesta di umanità e flessibilità nell’applicazione delle regole con la necessità, altrettanto imprescindibile, di garantire il rispetto di quelle stesse regole in un sistema complesso come quello dei trasporti?

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