Omicidio a Trappitello, il Corpo di Giuseppe Florio avvolto in lenzuola e sacchi di plastica: tre fermi tra Catania e Messina

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Redazione Interno Redazione Interno   -   Sono bastate meno di quarantotto ore per passare dal macabro ritrovamento in una stradina di campagna alla notifica di tre decreti di fermo, un lasso di tempo che restituisce tutta la frenesia investigativa scoppiata dietro le quinte di questo delitto. Il cadavere di Giuseppe Florio, sessantaseienne originario di Giardini Naxos, giaceva avvolto in un lenzuolo e chiuso in sacchi di plastica quando un passante lo ha scoperto domenica mattina nella frazione di Mitogio, a Castiglione di Sicilia. Da subito, i rilievi dei carabinieri – coadiuvati dal Ris di Messina – hanno suggerito una certezza: quell’angolo del Catanese era solo una discarica, un luogo di sbarazzamento, ma non la scena dell’aggressione mortale.

La dinamica e i provvedimenti della doppia procura

L’attenzione si è rapidamente spostata verso est, in territorio messinese, sponda taorminese, dove un elemento ha fatto scattare l’allarme: la Fiat Panda della vittima è stata rinvenuta completamente carbonizzata in contrada Santa Venera, particolare che ha convinto i magistrati a coordinare gli sforzi tra la procura di Catania, guidata da Francesco Curcio, e quella di Messina con Antonio D’Amato. Nel mirino è finito un appartamento del complesso di edilizia popolare di Trappitello, una realtà ad alta densità abitativa dove Florio, secondo quanto ricostruito, era di casa.

I provvedimenti giudiziari sono così scattati per tre soggetti legati da un groviglio di rapporti personali con la vittima. Da un lato, i fermati per omicidio e soppressione di cadavere sono una donna di 50 anni e il suo compagno, un 39enne pregiudicato originario di Palagonia. Dall’altro, una 53enne originaria di Sesto San Giovanni – che risulterebbe ospite della coppia – è invece indagata soltanto per il reato di soppressione di cadavere, un gradino più in basso nell’ipotesi accusatoria.

Le tracce di sangue e il video decisivo

A inchiodare i sospettati alla loro presunta responsabilità sono stati i classici strumenti dell’investigazione moderna, declinati però in un contesto di periferia ad alta densità abitativa. Gli accertamenti scientifici hanno restituito tracce ematiche – alcune invisibili a occhio nudo e rilevate solo con il luminol – su un gradino e persino sulla testiera di un letto nell’abitazione di Trappitello. Le ferite riportate da Florio, tra cui i colpi di martello al cranio e le numerose coltellate, sarebbero compatibili con l’aggressione avvenuta tra quelle mura.

Ma il vero schiaccianoci investigativo è arrivato dalle immagini di videosorveglianza: i frame ottenuti dai militari mostrano due persone intenti a caricare un oggetto voluminoso – poi rivelatosi il – nel portabagagli della Fiat Panda, un lenzuolo e una coperta rossa che vagamente ricordano il sudario improvvisato con cui il cadavere è stato abbandonato. La macchina, una volta utilizzata come “carro funebre” improvvisato, è stata poi data alle fiamme in un tentativo plateale di cancellare le tracce, un tentativo che però non ha disinnescato le prove elettroniche già raccolte.

Il contesto e il riserbo sull’ipotesi movente

La vittima, Florio, era un pensionato incensurato che viveva prevalentemente a Chianchitta, dove si prendeva cura dell’anziana madre; l’ipotesi che avesse la disponibilità di un altro alloggio proprio a Trappitello ha contribuito a orientare le indagini sulla sua sfera relazionale. Il quadro indiziario, ritenuto grave, ha portato all’emissione dei provvedimenti che ora attendono la convalida del Gip del Tribunale di Messina.

Sul movente, che resta ufficialmente l’aspetto più nebuloso di questa vicenda, gli inquirenti mantengono il massimo riserbo. Le indiscrezioni raccolte sul campo raccontano di un clima di frequentazioni quotidiane, forse di un litigio degenerato per futili motivi in quella tarda serata del 25 aprile, ma allo stato attuale non c’è alcuna ufficializzazione su una direzione piuttosto che un’altra. Quello che appare chiaro, agli occhi della cronaca, è lo sforzo di depistaggio messo in atto dagli indagati: il trasportato lontano, l’auto bruciata, la speranza di disperdere le tracce in un doppio binario geografico tra Catania e Messina.

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