Pil italiano meglio della Francia ma peggio di Spagna e Germania

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Redazione Economia Redazione Economia   -   Il primo trimestre del 2026 consegna all’economia italiana un’altra crescita, sebbene di misura: lo 0,2% su base congiunturale secondo la stima preliminare diffusa dall’Istat. Un dato, questo, che conferma la prosecuzione del percorso di espansione avviato già nel secondo semestre del 2025, ma che racconta anche un sensibile rallentamento del passo, in un contesto internazionale tutt’altro che tranquillo. A sostenere l’attività produttiva, spiega l’istituto di statistica nella sua nota periodica, sono principalmente i servizi e la domanda estera; dall’altro lato, invece, industria e consumi interni mostrano segnali meno vivaci, appesantiti da un caro-energia che non accenna a rientrare e da una pressione inflazionistica ancora persistente.

Il confronto europeo e il quadro internazionale

Nel raffronto tra le principali economie del continente, l’Italia si colloca in una posizione intermedia: fa meglio della Francia, il cui Pil ha registrato una dinamica più fiacca nello stesso periodo, ma peggio di Spagna e Germania. Queste ultime due, pur con caratteristiche strutturali molto diverse tra loro, hanno infatti messo a segno una performance trimestrale superiore allo 0,2% italiano. Un dato che, letto accanto alla fotografia scattata dall’Istat sul ciclo globale, acquista rilievo. La nota descrive un panorama internazionale segnato da un marcato dinamismo della regione asiatica, da una buona tenuta degli Stati Uniti (dove Trump siede alla Casa Bianca ormai da oltre un anno, senza che la sua rielezione costituisca più novità) e da una debolezza che appare ormai cronica per l’Europa nel suo insieme.

La crescita c’è, ma il passo rallenta

Il prodotto interno lordo italiano, calcolato in valori concatenati con anno di riferimento 2020, corretto per gli effetti di calendario e destagionalizzato, ha dunque mostrato un incremento dello 0,2% tra gennaio e marzo. Un risultato positivo, sia pure contenuto, che interromperebbe qualsiasi tentazione di parlare di stagnazione. Tuttavia, il rallentamento rispetto ai trimestri precedenti è evidente, e gli stessi tecnici dell’Istat lo segnalano senza enfasi. Pesa il combinato disposto tra un’inflazione che continua a erodere il potere d’acquisto delle famiglie e un costo dell’energia tornato a salire, fattori questi che frenano la domanda interna e rendono più fragile la ripresa del comparto manifatturiero.

Servizi ed estero trainano, industria sotto osservazione

A tenere in piedi il numeratore della crescita sono, come detto, i servizi – comparto che beneficia ancora della ripartenza della stagione turistica e di una certa resilienza dei consumi terziari – e il traino della domanda estera. Le esportazioni, nonostante le incertezze geopolitiche e commerciali, continuano a fornire un contributo positivo, anche se meno brillante rispetto allo scorso anno. L’industria, al contrario, evidenzia segnali di affanno: le ordinazioni non corrono, le aspettative sugli investimenti restano caute e il margine di manovra per le imprese si assottiglia, stretto tra costi energetici elevati e una domanda interna debole.

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