Steadfast Dart 2026, il banco di prova della nuova forza Nato: diecimila uomini schierati in Germania

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Redazione Esteri Redazione Esteri   -   Diecimila militari, tredici paesi alleati coinvolti e un intero Corpo d’armata – roba che non si vedeva dai tempi della Guerra Fredda – proiettato dal Sud al Centro Europa in meno di quaranta giorni. È con questi numeri che si è chiusa in Bassa Sassonia, presso l’area addestrativa di Bergen, la più grande esercitazione Nato del 2026, Steadfast Dart, un’operazione complessa che ha testato come mai prima d’ora i muscoli della nuova Allied Reaction Force (Arf), la forza di risposta rapida dell’Alleanza Atlantica -8. L’obiettivo, e non è certo un dettaglio da poco, era verificare sul campo la capacità di dispiegare forze consistenti in tempi strettissimi, misurando l’interoperabilità tra mezzi terrestri, navali e aerei in uno scenario di crisi ad alta intensità che, per la prima volta in tempo di pace, ha richiesto il trasferimento su larga scala di unità pronte a vivere e operare in un ambiente operativo del tutto nuovo -8.

Il cuore dell’esercitazione, va detto, batteva italiano. Non solo per la presenza di reparti come la Brigata Alpina "Julia", che ha costituito la spina dorsale della componente terrestre dell’Arf integrando al suo interno un battaglione spagnolo, uno turco, una compagnia di paracadutisti ceca e un’unità greca, ma anche per il comando. È il generale Giuseppe Scuderi, in qualità di Land Component Commander, ad avere diretto le operazioni a terra, coordinando un gruppo tattico multinazionale di circa trecento uomini che, agli ordini dell’8° Reggimento Alpini, ha dimostrato come si isoli un obiettivo tattico e come si integrino le forze speciali con l’assalto dal cielo -1-4. I paracadutisti cechi hanno aperto le danze, assicurando il terreno per l’inserimento di reparti speciali – spagnoli e turchi, questi ultimi calatisi con la tecnica del fast-roping dagli elicotteri – mentre i controllori JTAC (Joint Terminal Attack Controllers) coordinavano il supporto aereo ravvicinato per rendere il tutto credibile e sicuro -1-5.

La prova del mare e il debutto del Bayraktar TB3 tra i ghiacci del Baltico

Se sulla terraferma si è giocata la partita della mobilità e della coesione tra fanterie diverse, sul versante marittimo l’esercitazione ha riservato una vetrina tecnologica di primissimo piano. Nelle acque gelide del Mar Baltico, con temperature scese fino a cinque gradi sotto zero e un vento che metteva a dura prova qualsiasi mezzo, la componente navale ha eseguito un complesso sbarco anfibio nell’area di Putlos, osservato dal ministro della Difesa tedesco e dal comandante del Joint Force Command di Brunssum, il generale Ingo Gerhartz. Al centro dell’attenzione, va sottolineato, c’era la nave d’assalto anfibio turca TCG Anadolu, una piattaforma dalla quale sono decollati e appontati in modo del tutto autonomo i Bayraktar TB3, i droni armati di nuova generazione che hanno segnato un piccolo terremoto dottrinale per l’Alleanza.

I velivoli senza pilota della Baykar, e questo è il dato saliente, hanno operato in condizioni che avrebbero tenuto a terra qualsiasi altro velivolo tradizionale. Non solo sono riusciti a decollare dal ponte della nave – già di per sé un’operazione complessa per un drone – ma hanno condotto missioni di sorveglianza, individuato obiettivi simulati per i caccia Eurofighter tedeschi e, nella fase di maggior realismo, hanno effettuato un appontaggio autonomo su un ponte di volo reso scivoloso e pericoloso dalla neve e dal ghiaccio -2-6. È stato il primo impiego in assoluto di UCAV in un’esercitazione Nato durante una fase anfibia, e i turchi ci tenevano a sottolineare come questo rappresenti un cambio di passo: la dottrina, adesso, dovrà iniziare a fare i conti con droni capaci di integrarsi perfettamente con le operazioni navali, aggiungendo un livello di complessità e sicurezza non indifferente per le forze di reazione rapida -3-7.

L’integrazione multinazionale tra genio, artificieri e operazioni speciali

A rendere *Steadfast Dart 2026* un esercizio credibile, al di là dei numeri e dei giocattoli tecnologici, è stata però la capacità di far lavorare insieme reparti con lingue, procedure e culture militari diverse. Nelle aree addestrative tedesche, soldati italiani del genio guastatori hanno operato spalla a spalla con i colleghi spagnoli e turchi in esercitazioni di brillamento e bonifica, dimostrando che la cooperazione, quella vera, si costruisce nei dettagli pratici, quando si tratta di far saltare un ostacolo o mettere in sicurezza una testa di ponte. Gli incursori spagnoli del Special Operations Component Command, dal canto loro, si sono inseriti nelle acque gelide del Baltico per bonificare i fondali da mine ed esplosivi improvvisati, un’operazione questa che ha permesso poi l’avvicinamento dei mezzi da sbarco turchi Zaha, mezzi corazzati anfibi che una volta a terra hanno allargato il perimetro di sicurezza.

Si è visto, insomma, un meccanismo complesso in cui ogni ingranaggio – dai caccia Eurofighter in volo ai team di tiratori scelti, dalle navi del Standing NATO Maritime Group One ai mezzi da sbarco – ha dovuto rispettare tempi e sincronie precise. La logistica, va ricordato, è stata un altro dei pilastri su cui si è retta l’esercitazione: trasferire oltre diecimila uomini con i loro equipaggiamenti, circa milleseicento tra mezzi e velivoli, dal Sud Europa fino al cuore della Germania, ha richiesto uno sforzo organizzativo che la Nato non tentava da decenni, e la Germania in questo si è rivelata – parola del generale Gerhartz – uno snodo eccezionalmente efficiente per garantire il transito di una forza corazzata di tali dimensioni -8.

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