Nato senza scudo Usa, l'esercitazione Steadfast Dart 2026 svela le crepe nella difesa europea
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Redazione Esteri
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Mentre l’Europa si cimenta nelle complesse manovre dell’esercitazione Steadfast Dart 2026, coinvolgendo oltre diecimila soldati di undici nazioni, dalla Germania alla Turchia, lo scopo dichiarato di testare la rapidità di dispiegamento delle forze si scontra, come un’onda contro uno scoglio, con una realtà politica divenuta improvvisamente stringente. Il giro di prova, sebbene tecnico, si trasforma in un esame di maturità collettiva, il primo vero banco di prova per un continente che, dopo decenni di relativo agio sotto l’ombrello strategico americano, si ritrova a dover misurare la propria autosufficienza in un contesto globale profondamente mutato. La fragilità che emerge dai dispiegamenti, dai tempi di reazione e dalla logistica interdipendente non è solo operativa, ma riflette una vulnerabilità sistemica che gli stati maggiori conoscevano, ma che la politica aveva a lungo considerato un’ipotesi remota, quasi un esercizio accademico.
L'autolesionismo strategico di Washington e l'incrinatura dell'asse
A rendere concreta quell'ipotesi, trasformandola in un dato di fatto con cui fare i conti ogni giorno, è l’azione dell’amministrazione di Donald Trump, la quale, perseguendo una linea di nazionalismo economico aggressivo attraverso l’arma dei dazi, sta di fatto sabotando con impressionante efficacia il pilastro fondativo della sicurezza occidentale. Quello che nemmeno Mosca o Pechino, nonostante gli sforzi e le ingenti risorse dedicate alla disinformazione e alla pressione geopolitica, erano riusciti a ottenere – un’incrinatura profonda nel legame transatlantico – viene ora realizzato dall’interno, da quello che per otto decenni è stato l’alleato primario. Una forma di autolesionismo strategico, come molti analisti la definiscono, che lascia i partner europei a interrogarsi non solo sulla futura collaborazione economica, ma sul significato stesso di un’alleanza difensiva quando uno dei suoi membri principali adotta comportamenti apertamente conflittuali su altri fronti.
La crisi della Groenlandia e la prova di stress per la Nato
A complicare ulteriormente il quadro, inserendovi un elemento di tensione territoriale senza precedenti nella storia dell’Alleanza, si aggiunge la questione groenlandese. L’interesse reiterato del presidente Trump ad acquisire “con qualsiasi mezzo” l’isola, territorio autonomo della Danimarca, membro della Nato, ha scatenato una crisi definita da alcuni analisti finanziari, come quelli di Unicredit, come la “più esistenziale” mai vissuta dal Patto Atlantico. La posta in gioco supera la disputa commerciale e tocca nervi scoperti di sovranità e fiducia, minando quel principio di solidarietà e difesa collettiva su cui il trattato si fonda. Se un alleato può mettere in discussione l’integrità territoriale di un altro, utilizzando toni da ultimatum, il concetto di sicurezza comune perde ogni significato pratico, riducendosi a una formula vuota.
La resistenza del passato e le incognite del presente
Il paradosso, osservando la rapidità con cui queste tensioni si sono accumulate, sta nella straordinaria resilienza che le relazioni transatlantiche hanno dimostrato in passato. Hanno retto, infatti, alle pressioni delle guerre regionali, alle turbolenze delle crisi economiche globali e perfino alle profonde divergenze politiche emerse in varie fasi storiche, senza che la frattura diventasse irreversibile. Hanno resistito, è vero, anche alle campagne di destabilizzazione portate avanti da potenze revisioniste, per le quali la frammentazione dell’Occidente rappresenta un obiettivo strategico di primaria importanza. Oggi, però, la sfida proviene da un fronte diverso, interno e per questo più insidioso, che costringe l’Europa a una riflessione necessariamente urgente sulla propria architettura di difesa e sulla propria autonomia decisionale, in uno scenario dove le certezze di ieri sembrano dissolversi con ogni dichiarazione o provvedimento.




