Gaza assediata e Cisgiordania spezzata, il piano Netanyahu che affossa i due Stati

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Redazione Esteri Redazione Esteri   -   Mentre l’attenzione internazionale è catalizzata dall’offensiva israeliana su Rafah, un altro fronte, quello degli insediamenti in Cisgiordania, avanza in maniera silenziosa e definitiva, minando alle fondamenta ogni residua possibilità di una soluzione negoziata che preveda la coesistenza di due entità statali. La controversa espansione dell’insediamento noto come E1, un progetto a lungo accarezzato da varie amministrazioni israeliane e ora apparentemente in fase di attuazione, rappresenta infatti, per molti osservatori, il “chiodo sulla bara” dello Stato palestinese, come ebbero a definirlo anni fa gli stessi nazionalisti israeliani.

La portata strategica dell’operazione, che le Nazioni Unite hanno recentemente bollato come “categoricamente inaccettabile” e priva di “qualsiasi legittimità” secondo il diritto internazionale, risiede nella sua capacità di frammentare territorialmente la Cisgiordania. Quel che si vede sulle mappe, ovvero una cuneo di colonie israeliane che si insinua verso est da Gerusalemme, si traduce sul terreno nella separazione fisica della parte nord da quella sud dei territori occupati, rendendo di fatto invivibile un eventuale Stato palestinese continuo e sovrano.

A sperimentarne le conseguenze immediate sono già oggi villaggi come Khan al-Ahmar, i cui abitanti, per lo più beduini, vivono da decenni sotto la costante minaccia di sradicamento forzato. Per un residente come Edi Abu Khamis, la mappa dell’insediamento E1 significa semplicemente la fine della propria comunità e del proprio stile di vita. Per attivisti israeliani come Hagid Ofran, invece, essa è la cartina al tornasole della chiara strategia politica del premier Benjamin Netanyahu: creare fatti compiuti irreversibili che rendano vano qualsiasi discorso sul riconoscimento di uno Stato palestinese, il quale, in assenza di una controparte territoriale definita e vitale, rimarrebbe una mera astrazione diplomatica.

In questo contesto, le recenti iniziative di diversi Paesi volti a riconoscere unilateralmente la Palestina appaiono come un atto tanto simbolico quanto, nella sostanza, inefficace. Sono gesti che, seppur mossi dalla volontà di contrapporsi a una politica giudicata aggressiva, nulla possono contro la realtà materiale che il governo israeliano sta modellando giorno dopo giorno con bulldozer e decreti. Lo ha ammesso con rara franchezza lo stesso ministro dell’Estrema Destra Bezalel Smotrich, leader di Sionismo Religioso, definendo l’espansione coloniale “un passo significativo che cancella praticamente l’illusione dei due stati”.

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