Israele avanza in Libano, il ministro Katz: “Hezbollah si arrenda o prenderemo territorio”

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Redazione Esteri Redazione Esteri   -   Non si può ancora parlare di invasione, quanto piuttosto di un'operazione a tappeto che procede per tentativi, una sorta di sondaggio del terreno condotto dalle truppe di Tel Aviv oltre il confine con il Libano. Le dinamiche sul campo descrivono reparti di fanteria che si muovono con cautela, spesso mantenendosi a una distanza di sicurezza di almeno due chilometri dai carri armati, i quali procedono protetti sui fianchi da blindati leggeri incaricati di creare un corridoio sicuro; l'obiettivo, qualora incontrassero una resistenza organizzata, sembrerebbe quello di un rapido ripiegamento, mentre in assenza di ostacoli si procede a consolidare la posizione conquistata, magari una collina o un boschetto. È la dottrina già sperimentata a Gaza, come ha ripetuto senza mezzi termini il ministro della difesa israeliano Israel Katz, ad essere ora applicata nel sud del Libano, con l'avvertimento che gli abitanti delle zone a sud del fiume Litani non potranno fare ritorno alle loro case finché il partito di Dio continuerà a rappresentare una minanza per le comunità israeliane del nord.

Il riferimento al modello Gaza, del resto, implica un cambiamento radicale nell'approccio strategico: non più solo raid mirati o ritorsioni circoscritte, ma un'azione prolungata volta a creare una zona cuscinetto e a degradare in maniera sistematica la capacità offensiva di Hezbollah. L'intensità dello scontro, del resto, si misura anche con la frequenza e la portata degli attacchi transfrontalieri, come dimostra quanto accaduto nella città settentrionale di Nahariya, dove almeno sette persone, tra cui due ragazze adolescenti, sono rimaste ferite a causa delle fiamme che hanno avvolto due abitazioni, molto probabilmente centrate da un razzo lanciato dal partito sciita libanese. Le immagini degli edifici avvolti dal fuoco e l'arrivo dei mezzi di soccorso raccontano una quotidianità fatta di paura e di devastazione, mentre le dichiarazioni del ministro Katz, secondo cui “Hezbollah deve disarmarsi o pagherà un prezzo pesante con la perdita di territorio libanese”, suonano come un ultimatum al governo di Beirut, reo di non aver saputo imporre la propria autorità nella regione a sud del fiume.

La complessa ragnatela degli equilibri regionali e il coinvolgimento internazionale

L'escalation in corso non può essere compresa appieno se non la si inquadra nel più vasto scenario regionale, quello di uno scontro che vede l'Iran e i suoi proxy allineati su fronti diversi ma interconnessi. Una fonte vicina agli ambienti di Hezbollah ha spiegato al quotidiano emiratino The National come ciascun attore in campo percepisca questa fase come una battaglia “decisiva ed esistenziale”; da qui la scelta di coordinare l'azione militare, con l'Iran che lancia missili e droni talvolta in contemporanea con le milizie libanesi, prendendo di mira non solo lo Stato ebraico ma anche basi statunitensi presenti nell'area e obiettivi negli Stati del Golfo. L'affiatamento tra Teheran e Hezbollah si misura proprio in questa capacità di agire come un sistema integrato, una rete di alleanze che rende ogni focolaio di guerra potenzialmente capace di innescare reazioni a catena su altri teatri, complicando qualsiasi tentativo di contenimento del conflitto.

Sul fronte diplomatico, intanto, si moltiplicano gli appelli alla moderazione, sebbene appaiano per il momento inascoltati. I leader di Canada, Francia, Germania, Italia e Regno Unito hanno diffuso una nota congiunta nella quale esprimono profonda preoccupazione per l'escalation della violenza in Libano, chiedendo un impegno concreto da parte di israeliani e libanesi per negoziare una soluzione politica sostenibile. Nel documento, i cinque paesi condannano senza ambiguità gli attacchi di Hezbollah contro i civili israeliani e la decisione del partito di unirsi all'Iran nelle ostilità, ma al contempo avvertono che “una significativa offensiva terrestre israeliana avrebbe conseguenze umanitarie devastanti” e potrebbe portare a un conflitto prolungato, chiedendo quindi che venga evitata. Un monito, quest'ultimo, che riflette il timore di una catastrofe umanitaria in un Libano già provato da anni di crisi economica e politica, e dove il numero degli sfollati interni continua a crescere di ora in ora.

La pressione su Beirut e la risposta armata di Hezbollah

Il governo libanese, nella persona del presidente Joseph Aoun, si trova stretto in una morsa mortale. Da un lato subisce le incursioni israeliane e la minaccia di Katz di procedere alla confisca di altro territorio se Beirut non dovesse ottemperare al suo “dovere fondamentale di disarmare Hezbollah”; dall'altro deve fare i conti con una milizia che, forte del sostegno iraniano, agisce in totale autonomia sul terreno, trascinando il paese in una guerra non voluta. La replica del partito sciita non si è fatta attendere, con una serie di attacchi rivendicati contro postazioni militari israeliane: razzi e droni hanno preso di mira non solo l'insediamento di Nahariya, ma anche un sistema di difesa aerea nell'area di Ma'alot-Tarshiha e una base logistica nei pressi del complesso industriale militare Rafael, a nord di Haifa. Gli stessi comunicati diffusi da Hezbollah parlano di “sciami di droni suicidi” lanciati contro basi di sorveglianza e di raid mirati contro mezzi corazzati israeliani nelle zone di confine, a dimostrazione di una capacità operativa che, nonostante i duri colpi subiti dalla leadership e dagli arsenali, sembra lungi dall'essere annientata.

Si delinea così lo scenario di una guerra a bassa intensità ma dal potenziale distruttivo altissimo, nella quale la fanteria israeliana avanza a tentoni, i missili incrociano il cielo e la diplomazia arranca nel tentativo di trovare una quadra. Le parole del ministro Katz, secondo cui “l'offensiva continuerà fino a quando Hezbollah non sarà neutralizzato”, si scontrano con la realtà di un nemico resiliente, capace di colpire in profondità e di mantenere un ritmo di fuoco costante. E mentre le truppe di Tel Aviv consolidano le loro posizioni in territorio libanese, l'unica certezza, al momento, è che la popolazione civile di entrambi i lati della frontiera continua a pagare il prezzo più alto di questo nuovo capitolo di uno scontro che pare non conoscere fine.

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