Il futuro “sbagliato” della mobilità: prezzi alle stelle e costi occulti per i consumatori
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Redazione Economia
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Il settore automotive sta attraversando una fase di profonda discontinuità, sebbene questa si stia rivelando diametralmente opposta rispetto alle narrazioni dominanti degli ultimi anni, basate su una transizione rapida ed economica. La nuova ricerca di ANIASA e Bain & Company, presentata a Milano, fotografa un’Italia in cui l’auto privata rimane regina – utilizzata assiduamente da oltre il 75% degli utenti – mentre quelle che dovevano essere le alternative di massa restano, di fatto, abitudini di nicchia. Monopattini e car sharing, nonostante il clamore mediatico iniziale, non sono riusciti a scalfire la centralità del possesso del veicolo, scontrandosi con costi operativi lievitati (dovuti a furti, atti vandalici e usi impropri) e un inasprimento normativo che ne ha ridotto drasticamente le flotte, tornate ai livelli pre-boom del 2019.
Il paradosso dell’elettrico tra incentivi e redditi fermi
Se da un lato la mobilità condivisa arranca, dall’altro l’elettrico avanza a macchia di leopardo, mostrando una fragilità strutturale che gli analisti definiscono ormai evidente. Nel primo trimestre del 2026 si è registrata un’apparente impennata delle immatricolazioni di veicoli elettrificati (BEV e PHEV), con la quota nazionale salita all’8% e punte del 15,4% al Sud; un’analisi provinciale dei dati rivela però che circa la metà di questa crescita è riconducibile a un’unica campagna promozionale su una citycar venduta a meno di 5.000 euro, resa possibile solo da massicci incentivi statali. Al netto di questo effetto temporaneo, la domanda torna ai livelli storici, confermando una verità scomoda: senza il pungolo degli sconti, il mercato non decolla, e le previsioni al 2030 parlano di un assestamento “naturale” intorno al 30% delle scelte, ben lontano dai target ideologici che avevano immaginato un’invasione silenziosa delle batterie.
Quel che costa caro ai consumatori non è solo l’incertezza tecnologica, ma il prezzo stesso dei mezzi. Tra il 2013 e il 2024, il costo medio delle auto nuove in Italia è schizzato del 50%, mentre il reddito familiare netto è cresciuto solo del 29%; un divario che ha restituito all’automobile il carattere di bene di lusso, spingendo molte famiglie a rifugiarsi nell’usato o a rimandare l’acquisto. La correlazione tra Pil pro capite e diffusione dell’elettrico supera l’80%, e nel nostro Paese si replica lo stesso legame tra ricchezza regionale e vendite di Bev e Phev: chi guadagna di più può permettersi la transizione, chi resta indietro subisce i costi senza i benefici.
Il noleggio cresce, ma il futuro si gioca sulle tasse
In questo contesto di incertezza, il settore del noleggio – sia a breve che a lungo termine – continua a consolidare il proprio ruolo strategico, agendo da ammortizzatore sociale e tecnologico per il sistema Paese. I numeri diffusi dall’associazione parlano chiaro: 1,5 milioni di veicoli in flotta e un giro d’affari complessivo che sfiora i 17 miliardi di euro, con le immatricolazioni del comparto che valgono ormai il 34% del totale nazionale (526.500 registrazioni, l’11% in più rispetto al 2024). Il noleggio a lungo termine, in particolare, tocca livelli record trainato dalle aziende – che rappresentano il 78% dei contratti, spesso superiori ai 36 mesi – ma con una nota interessante: crescono anche i privati (185mila unità, +4%) che scelgono consapevolmente l’uso del veicolo contro la proprietà, segno di un cambiamento culturale lento ma forse ineluttabile.
Tuttavia, la fotografia di ANIASA non è priva di ombre. A pesare sul domani del comparto sono due spettri principali: la fiscalità interna e gli obblighi europei sull’elettrificazione. Le aziende, già alle prese con le nuove regole sul fringe benefit che hanno causato rinvii nei rinnovi di flotta (con un calo delle immatricolazioni del 4,3% nel primo trimestre 2026), guardano con timore alla proposta Ue che prevede quote obbligatorie di elettrico per le flotte: 45% entro il 2030 e addirittura 80% entro il 2035. Il presidente di Aniasa, Italo Folonari, lo ha detto senza mezzi termini: si tratta di un obbligo “lontano dalle reali dinamiche di mercato”, che rischierebbe di inceppare il motore del ricambio generazionale invece di accelerarlo, costringendo gli operatori a ridurre i volumi per non incorrere in sanzioni legate a una tecnologia ancora troppo costosa e infrastrutturalmente acerba.
La scommessa del “futuro sbagliato” e i costi dell’ideologia
In sintesi, il rapporto evidenzia come la mobilità del futuro – quella fatta di acquisti completamente online, sharing per tutti e motori esclusivamente a batteria – si sia rivelata una profezia che non si autoavvera, o almeno non come ce l’aspettavamo. I concessionari fisici restano il punto di caduta del 90% delle vendite, nonostante il 62% dei clienti inizi la ricerca sul web, e la stessa mobilità a noleggio si scontra con un car sharing in crisi nera (noleggi scesi da 13 milioni a meno di 4 milioni dal 2019 a oggi) e una fiscalità che, con l’Iva al 22% invece del 10%, tratta la condivisione come un business qualsiasi e non come un servizio pubblico.
La lezione che arriva dagli analisti è pragmatica: per evitare “l’uscita di strada”, bisogna rimettere il cliente al volante, ripensando prodotti e politiche industriali non in base a slogan green o scadenze ideologiche, ma sulla base di quanto la gente guadagna realmente. Mentre i brand cinesi avanzano silenziosamente (arrivati al 12,4% delle immatricolazioni nel noleggio, con punte di una vettura su cinque nel breve termine), il sistema Europa deve fare i conti con una realtà di prezzi alle stelle e fiducia in calo; i recenti incidenti e il raddoppio degli sinistri legati ai monopattini tra il 2021 e il 2024 hanno spento l’entusiasmo per la micromobilità, mentre l’incertezza normativa frena gli investitori.




