Un azzardo normativo corretto in corsa: il governo rimuove il vincolo “Made in Europe” dalla Transizione 5.0

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Redazione Economia Redazione Economia   -   Il governo Meloni ha messo mano al decreto fiscale, varando una modifica sostanziale per la Nuova Transizione 5.0 che, di fatto, cancella il requisito territoriale legato alla produzione dei beni all’interno dei confini comunitari. La decisione, accolta con favore dalle forze di maggioranza e dal ministro delle Imprese e del Made in Italy, Adolfo Urso, era attesa da settimane dal mondo produttivo: il vincolo – che limitava l’accesso all’iperammortamento ai soli macchinari o software realizzati in Unione Europea o nello Spazio Economico Europeo – era stato introdotto con la legge di Bilancio 2026 (legge n. 199/2025) con l’intenzione dichiarata di rafforzare le filiere industriali europee, ma aveva finito per inceppare l’intero meccanismo incentivante.

Lo stallo era diventato evidente già nelle scorse settimane, quando il decreto attuativo trasmesso al Ministero dell’Economia e delle Finanze lo scorso 5 gennaio era rimasto bloccato proprio in attesa di una soluzione per quel nodo. Durante un evento organizzato da Tinexta Innovation Hub a Milano, il capo dipartimento per le politiche per le imprese del Mimit, Marco Calabrò, aveva confermato che l’eliminazione della clausola sarebbe passata attraverso un provvedimento ad hoc, atteso “a brevissimo” tra la fine di marzo e l’inizio di aprile. Contestualmente alla rimozione del vincolo, l’esecutivo ha rafforzato la dotazione finanziaria dello strumento, portando le risorse complessive a disposizione per il triennio 2026-2028 a quasi 10 miliardi di euro; una cifra che, secondo fonti del dicastero di via Veneto, consentirà di sostenire una mole di investimenti ben più ampia rispetto alla versione originaria del piano.

L’intervento normativo – che si inserisce in un quadro più ampio di aggiornamento delle agevolazioni fiscali – arriva dopo mesi di pressioni da parte delle associazioni di categoria, le quali avevano segnalato come il requisito del “Made in Europe” rischiasse di trasformarsi in un boomerang per la competitività nazionale. Nel settore delle macchine movimento terra e delle costruzioni, ad esempio, una quota rilevante delle tecnologie più avanzate proviene da produttori extra-europei, e l’esclusione di questi beni avrebbe finito per penalizzare proprio quelle imprese italiane impegnate nei grandi cantieri infrastrutturali finanziati dal Pnrr. Un paradosso simile si era verificato nel comparto fotovoltaico, dove la stretta sui moduli prodotti fuori dall’Ue avrebbe di fatto creato una situazione di monopolio, tagliando fuori venticinque dei ventisei produttori registrati dall’ENEA.

I contorni del nuovo iperammortamento e il nodo degli “esodati”

Con l’eliminazione del vincolo geografico, l’iperammortamento 2026 torna a configurarsi come uno strumento fiscalmente neutro rispetto all’origine dei beni, purché questi rispettino i requisiti tecnici previsti dalla normativa (allegati IV e V della legge di bilancio) e siano interconnessi al sistema aziendale di gestione della produzione o alla rete di fornitura. Resta invece confermata, con buona pace degli operatori del settore, una distinzione operativa: mentre i software sono incentivati anche se non collegati a un investimento in macchinari, per l’hardware l’agevolazione scatta solo se questo esegue software o piattaforme 5.0, o se è destinato al supporto operativo di altri impianti.

Se da un lato la rimozione del vincolo sblocca l’accesso al credito d’imposta per gli acquisti da fornitori extra-Ue, dall’altro il decreto fiscale ha aperto un nuovo fronte di tensione con il sistema produttivo, in particolare per quanto riguarda il trattamento di quelle aziende che avevano già avviato investimenti sulla base del vecchio regime. Il decreto ha stabilito che per gli “esodati” – ovvero le imprese che avevano prenotato il credito d’imposta a novembre 2025 – venga riconosciuto solo il 35% del contributo previsto, con l’esclusione degli investimenti nelle fonti di energia rinnovabile. Una decisione che ha spinto il presidente di Confindustria, Emanuele Orsini, a chiedere con forza la convocazione di un tavolo di confronto con il governo, fissato per il primo aprile al Mimit, nella speranza di rivedere i termini della riduzione.

La complessità della partita si gioca dunque su un doppio binario: da una parte la semplificazione e l’ampliamento del perimetro degli incentivi per i nuovi investimenti, dall’altra la necessità di gestire le “code” del precedente sistema, dove migliaia di imprese attendono ancora certezze sulle risorse che avevano programmato di utilizzare. Il ministro Urso, che ha sempre spinto per un approccio pragmatico volto a massimizzare l’assorbimento delle risorse, si trova ora a dover bilanciare le esigenze di cassa con la pressione delle categorie produttive, in un contesto internazionale già reso teso dalle tensioni geopolitiche e dai rincari delle materie prime.

Il peso delle scelte politiche e la dinamica parlamentare

La cancellazione del vincolo “Made in Europe” rappresenta una rettifica importante rispetto all’impostazione iniziale, tanto che all’interno dello stesso schieramento di maggioranza non sono mancate le voci critiche nei confronti dell’originaria clausola. Il viceministro dell’Economia, Maurizio Leo, aveva anticipato l’intenzione di intervenire per eliminare il paletto già nei giorni precedenti al varo del decreto, confermando la volontà di assecondare le richieste del sistema industriale, mentre alcune associazioni di costruttori – come Federmacchine – hanno espresso disappunto per la scelta, sottolineando come la limitazione ai beni europei rappresentasse un presidio per le produzioni nazionali contro la concorrenza dei paesi a basso costo produttivo.

In Parlamento, la questione aveva già raccolto aperture bipartisan: sia Forza Italia sia il Partito Democratico avevano chiesto al governo di riconsiderare il perimetro della clausola, suggerendo di estenderla almeno ai Paesi del G7 o di rivedere i criteri di applicazione per i beni dove la produzione europea non è in grado di coprire il fabbisogno tecnologico. Un fronte che, paradossalmente, ha visto convergere forze politiche tradizionalmente distanti, accomunate dalla preoccupazione per l’impatto che la stretta avrebbe avuto sulle piccole e medie imprese e sulla filiera della distribuzione e dell’assistenza, che in Italia dà lavoro a decine di migliaia di addetti.

Con il decreto attuativo che verrà predisposto nei prossimi giorni – per recepire le modifiche sollecitate dal decreto fiscale approvato in Consiglio dei ministri – si attendono ora le indicazioni operative della piattaforma del Gestore dei Servizi Energetici (GSE), che dovrà gestire le tre fasi di comunicazione: quella preventiva, quella di conferma del credito prenotato e quella di completamento del progetto. Il percorso, intanto, ha già subito ritardi significativi: la versione originale del decreto attuativo era ferma al Mef dal 5 gennaio, e l’attesa per la pubblicazione dei regolamenti finali si è protratta per oltre tre mesi, alimentando l’incertezza tra gli imprenditori che attendevano di conoscere le regole definitive per pianificare gli acquisti.

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