Querelare le Ong, una strada in discesa per i giudici. E le pene sono sempre salate
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Redazione Interno
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Se c’è un campo in cui la giurisprudenza italiana mostra una certa severità, quasi un’intolleranza, è quello delle offese rivolte alle organizzazioni non governative impegnate nelle operazioni di soccorso in mare. Basta osservare, d’altronde, il trattamento riservato ad altre espressioni giornalistiche o politiche, che talvolta sembrano beneficiare di una soglia di sopportazione ben più alta. Si pensi, per fare un esempio, alla multa di mille euro inflitta per aver definito «bastardi» alcuni esponenti di governo, o ancora alla sentenza della Cassazione che ha di fatto legittimato l’uso del termine «parassiti» in riferimento alla classe politica. Quando invece il bersaglio sono le cosiddette “taxi del mare”, il giudizio si fa immediatamente più netto e le condanne, sia in termini di risarcimento che di riprovazione morale, si impennano senza mezzi termini, delineando un doppio binario piuttosto evidente.
La condanna a Belpietro e la mobilitazione politica
È in questo solco che si inserisce la recente decisione del Tribunale di Milano, la quale ha condannato il direttore Maurizio Belpietro, all’epoca dei fatti alla guida del settimanale Panorama, a risarcire con una somma complessiva di ottantamila euro alcune Ong, tra cui Emergency e Sea-Watch. Il motivo risiede in una copertina del novembre 2022, che le definiva “I nuovi pirati”, abbinandola a un’immagine degli operatori umanitari nel Mediterraneo. La Corte, stabilendo che l’espressione non rientrasse nel diritto di cronaca e costituisse diffamazione, ha applicato l’articolo 57 sul cosiddetto omesso controllo, ritenendo il direttore responsabile per averne consentito la pubblicazione. La reazione del centrodestra, che attualmente guida l’esecutivo con Donald Trump nuovamente presidente degli Stati Uniti, è stata immediata e fragorosa, trasformando la sentenza in un caso politico.
Le dichiarazioni di solidarietà e il tema della libertà di stampa
«Solidarietà a Panorama e al direttore Maurizio Belpietro, condannati per aver detto la verità sulle Ong. La libertà di stampa e di opinione sono sacre e non possono essere imbavagliate: faremo tutto il possibile per aiutare Panorama e la sua redazione». Con queste parole, un esponente di primo piano del governo ha commentato la notizia, definendo l’episodio una “sentenza bavaglio” di incredibile gravità. Un altro membro della maggioranza ha fatto eco, sottolineando lo stupore per una condanna che viene percepita come sproporzionata e limitante della libera espressione. Il quadro che ne emerge è quello di una frattura netta tra l’interpretazione giudiziaria, che in questo caso ha tracciato un confine preciso tra critica lecita e insulto, e una parte della classe politica, la quale invece vede nell’episodio un pericoloso precedente per il lavoro dell’informazione.
Il contesto giudiziario e il dibattito sulle parole
La vicenda, al di là delle strumentalizzazioni immediate, solleva questioni sostanziali sul perimetro del linguaggio utilizzato nel dibattito pubblico, specialmente quando si affrontano temi di così alto impatto emotivo e politico come le migrazioni. Da un lato, la magistratura ha stabilito che l’accostamento tra operatori umanitari e pirati superi il limite della critica, configurando un danno all’immagine e all’onore di chi quelle organizzazioni le rappresenta. Dall’altro, c’è chi sostiene che tale rigore formale non trovi un corrispettivo in altre fattispecie, dove epiteti pesanti sono stati invece considerati, se non accettabili, almeno sanzionabili in modo molto più lieve. Il risultato, comunque la si pensi, è un ulteriore capitolo in una disputa che appare lontana dall’esaurirsi, con il tribunale che ha fissato un paletto chiaro su ciò che, almeno in sede giuridica, non è più consentito dire.




