Sanchez a Trump: «Ci opponiamo a questo disastro». La sfida del premier spagnolo sul fronte iraniano
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Redazione Esteri
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Non è la prima volta, del resto, che Pedro Sanchez sceglie la strada dello scontro frontale con l’amministrazione Trump, e l’attuale crisi mediorientale gli ha fornito il palcoscenico ideale per riprendere quel ruolo di enfant terrible dell’Unione europea che sembrava aver smarrito negli ultimi mesi, travolto da scandali giudiziari e frizioni interne alla sua maggioranza. Il rifiuto categorico, opposto da Madrid, di concedere agli Stati Uniti l’utilizzo delle basi militari di Rota e Morón per i raid contro l’Iran ha scatenato la reazione furiosa del presidente americano, il quale, nel corso di un incontro alla Casa Bianca con il cancelliere tedesco Merz, ha minacciato ritorsioni commerciali pesantissime, arrivando a ipotizzare l’interruzione degli scambi con la Spagna. La risposta di Sanchez, arrivata ieri nel corso di un’allocuzione solenne dal palazzo della Moncloa, è stata netta e priva di tentennamenti: il governo spagnolo non intende farsi complice di un’escalation militare dai contorni indefiniti, paragonabile, per certi versi, agli errori già commessi ventitré anni fa con l’invasione dell’Iraq.
La lezione della storia e il parallelo con l'Iraq
Nel suo intervento, Sanchez ha infatti voluto tracciare un filo rosso che lega l’operazione militare odierna – promossa da Washington e Tel Aviv – a quella che, nel 2003, portò alla caduta di Saddam Hussein, con conseguenze che, lungi dal garantire stabilità e democrazia, generarono la più grave ondata di terrorismo jihadista mai vista dal continente europeo dalla caduta del Muro di Berlino. “La posizione del governo spagnolo – ha scandito il premier – si riassume in quattro parole: no alla guerra. Siamo contrari a questo disastro”, ha aggiunto, sottolineando come, a suo avviso, non siano chiari nemmeno gli obiettivi finali di chi ha scatenato il primo attacco. Un’incertezza, questa, che rischia di tradursi in un azzardo letale per milioni di civili, e che il presidente del governo spagnolo ha definito, in un passaggio particolarmente incisivo del suo discorso, come un pericoloso “gioco alla rouletta russa” con le vite delle persone.
La risposta alle minacce commerciali di Washington
Alla minaccia diretta di Trump, il quale aveva dichiarato che gli Stati Uniti avrebbero potuto utilizzare le basi “quando e come volessero” anche senza il consenso spagnolo, sostenendo che nessuno avrebbe potuto impedirglielo, Sanchez ha replicato con fermezza, richiamandosi ai princìpi del diritto internazionale e alla sovranità nazionale. Non si tratta, ha precisato, di una pregiudiziale contro il popolo iraniano o contro il regime degli ayatollah, verso il quale il suo esecutivo non ha mai nascosto una netta distanza, quanto piuttosto della difesa di un’idea di ordine globale che non può essere basato sulla legge del più forte. “Non saremo complici di qualcosa che è dannoso per il mondo, e che è anche contrario ai nostri valori e ai nostri interessi, semplicemente per paura di rappresaglie da parte di qualcuno”, ha dichiarato il leader socialista, raccogliendo, a quanto pare, il sostegno di numerosi governi europei e di milioni di cittadini, che sui due lati dell’Atlantico e in Medio Oriente guardano con crescente preoccupazione all’allargarsi del conflitto.
L’identikit di un leader europeo anti-Trump
Questa ennesima presa di posizione, in realtà, non rappresenta una novità nel panorama politico europeo, ma piuttosto la logica conseguenza di un atteggiamento che Sanchez ha progressivamente affinato nel corso degli ultimi anni, trasformandosi in un punto di riferimento per il fronte progressista continentale. Già in passato, il premier iberico si era opposto alle richieste della Nato di innalzare le spese militari al 5% del Pil, definendo quell’obiettivo “incompatibile con la nostra visione del mondo”, e non aveva esitato a definire “immorale” il piano di Trump per lo sfollamento dei palestinesi da Gaza, arrivando persino a usare il termine “genocidio” per descrivere la condotta israeliana nella Striscia. Una linea, quella di Madrid, che ha attirato le critiche non solo dell’amministrazione Trump ma anche dell’opposizione interna, con il leader del Partito Popolare, Alberto Núñez Feijóo, che ha accusato Sanchez di mettere a repentaglio la sicurezza nazionale per un misero tornaconto elettorale. E, tuttavia, Sanchez sembra aver trovato proprio in questa contrapposizione un nuovo slancio politico, cavalcando l’onda del dissenso verso le politiche del tycoon per rilegittimarsi agli occhi di un’elettorato di sinistra che, in Spagna come nel resto d’Europa, vede in lui l’ultimo baluardo contro l’avanzata dell’onda lunga trumpiana.
Implicazioni economiche e quadro giuridico europeo
Sul piano pratico, resta da capire quali possano essere le reali conseguenze della minaccia lanciata da Trump, il quale, attraverso il segretario al Tesoro Scott Bessent, ha ventilato l’ipotesi di un embargo commerciale, una misura che, se attuata, andrebbe a colpire un interscambio che, per quanto limitato in termini percentuali sul Pil spagnolo (attestato intorno al 4,4%), riguarda settori nevralgici come l’industria farmaceutica e quella olearia. La Spagna, tuttavia, gode della protezione dell’ombrello comunitario: è l’Unione Europea, infatti, a detenere la competenza esclusiva in materia di politica commerciale, e Bruxelles, per bocca del suo portavoce, ha già fatto sapere di essere pronta a difendere gli interessi di tutti gli stati membri con ogni mezzo a disposizione. Una posizione, questa, che potrebbe inasprire ulteriormente lo scontro tra Washington e i suoi alleati tradizionali, in un clima di crescente tensione che, nelle parole di Sanchez, “giova solo a pochi, riempiendo le tasche dei soliti noti, mentre il mondo smette di costruire ospedali per fabbricare missili”. L’evacuazione dei cittadini spagnoli dalla zona del conflitto e la predisposizione di misure economiche per mitigare l’impatto della crisi su famiglie e imprese sono, per il momento, le priorità dell’esecutivo iberico, che si dice pronto a gestire questa nuova, complessa fase della politica internazionale.




