Il ritorno dell’inflazione via missile e il conto salato per l’economia globale
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Redazione Economia
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L’operazione militare in Medio Oriente, giunta ormai alla terza settimana, ha innescato una reazione a catena i cui effetti si propagano ben oltre il teatro del conflitto, investendo in pieno i mercati finanziari e le prospettive di crescita dell’economia mondiale. Le fiamme che avvolgono lo Stretto di Hormuz – quel sottile corridoio marittimo attraverso il quale transita circa un quinto del petrolio globale – hanno di fatto strozzato una delle arterie più vitali per gli approvvigionamenti energetici, e il riflesso immediato lo si è visto sui prezzi del greggio, balzati ben oltre la soglia psicologica dei cento dollari al barile per poi attestarsi, in un clima di volatilità estrema, attorno ai 105 dollari. La risposta dell’amministrazione Trump, che ha inviato nel Golfo un’unità d’élite del dei Marines con il probabile obiettivo di riprendere il controllo della via d’acqua, aggiunge ulteriore incertezza a uno scenario già di per sé complesso, dove la diplomazia lascia il passo alla dimostrazione di forza.
Questa impennata dei costi energetici, che ha visto il gas naturale balzare del sessanta per cento circa, non rappresenta soltanto un dato allarmante per le specole degli analisti, ma si traduce in un onere concreto e immediato per le economie nazionali e per il tessuto produttivo. Le Borse, dal canto loro, hanno bruciato migliaia di miliardi di dollari di capitalizzazione in pochi giorni, con l’indice Vix – quello che misurano la cosiddetta "paura" degli investitori – schizzato a livelli che non si vedevano da tempo. L’Europa, e l’Italia in particolare data la sua storica dipendenza dalle importazioni di idrocarburi, si trova esposta a una duplice minaccia: da un lato, il caro-bolletta rischia di comprimere i margini delle imprese e il potere d'acquisto delle famiglie; dall’altro, la frenata dell’economia globale, certificata anche dalle prime stime di Goldman Sachs che prevede un taglio dello 0,3% al Pil mondiale, potrebbe ridimensionare ulteriormente le prospettive di crescita del Vecchio Continente.
Il prezzo della guerra e l’effetto sui conti pubblici italiani
E proprio in questo frangente di turbolenza si inserisce la conferma, da parte dell’agenzia Fitch, del rating dell’Italia a BBB+ con outlook stabile, un verdetto che arriva come una boccata d’ossigeno in un mare tempestoso. Gli analisti hanno premiato la prudenza del Tesoro, guidato da Giancarlo Giorgetti, e la solidità di un’economia diversificata, sebbene il giudizio positivo non possa ignorare il macigno del debito pubblico, previsto in crescita attorno al 137,8% del Pil per l’anno in corso. La stessa agenzia, peraltro, non ha mancato di sottolineare come l’economia italiana rimanga vulnerabile agli shock energetici, proprio a causa di questa sua sensibilità alle fluttuazioni dei prezzi del greggio e del metano: un’eventuale escalation prolungata potrebbe quindi vanificare gli sforzi di consolidamento fiscale, rendendo più ripido il sentiero verso la riduzione del debito.
Le conseguenze tangibili oltre i listini
L’impatto della crisi, però, non si misura solo sui monitor delle trading room o nei comunicati delle agenzie di rating, ma si manifesta in modo tangibile nei settori produttivi, come dimostra l’allarme lanciato dalle cooperative romagnole. L’aumento del cinquanta per cento del costo del gasolio agricolo, il rincaro del trenta per cento per i fertilizzanti e il blocco delle merci dirette verso i Paesi arabi, impossibilitate a transitare per lo Stretto di Hormuz, stanno mettendo in ginocchio l’agroalimentare, con contratti che saltano e ordini che vengono cancellati nell’incertezza più totale. A questo si aggiunge il dato macroeconomico proveniente dagli Stati Uniti, dove il prezzo medio della benzina ha superato i 3,70 dollari al gallone, un balzo in avanti che inizia a pesare sulle tasche degli automobilisti americani e che contribuisce a mantenere alta la tensione sull’inflazione, rendendo di fatto impraticabile, per ora, qualsiasi ipotesi di allentamento monetario da parte della Federal Reserve.
Lo spettro della stagflazione e le strategie difensive
Il combinato disposto tra inflazione galoppante, alimentata dal caro-energia, e crescita economica che mostra evidenti segni di affanno riporta d’attualità lo spettro della stagflazione, quel mix esplosivo che negli anni Settanta mise in ginocchio le economie occidentali. Gli investitori, di fronte a questo scenario, tendono istintivamente a fuggire dai mercati azionari, bruciando liquidità, ma la lezione della storia suggerisce che la reazione emotiva raramente rappresenta la strategia vincente. In questo clima di nervosismo, dove le perdite cumulate sui listini globali ammontano a migliaia di miliardi, l’attenzione si sposta verso quei comparti in grado di offrire una maggiore resilienza, come le utility o i titoli di Stato, con il Btp che torna a ricoprire il suo ruolo di bene rifugio, sebbene in un contesto di rendimenti da rivalutare alla luce della nuova fiammata inflazionistica. Il tutto mentre l’Agenzia Internazionale per l’Energia ha deciso di liberare sul mercato 400 milioni di barili dalle riserve strategiche, il più grande rilascio della sua storia, nel tentativo di arginare una corsa dei prezzi che, se non domata, rischia di innescare una recessione globale di vaste proporzioni.




