La crisi della Hoepli, la sfida della cooperativa di librai e l’offerta di Mondadori per la scolastica

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Redazione Economia Redazione Economia   -   Un’ipotesi che prende forma tra gli scaffali – o meglio, tra quelli che rischiano di non esserci più – è quella di una cooperativa di librai pronta a intervenire per salvare quanto rimane della Hoepli, affiancata in questa operazione dal Comune di Milano che, attraverso Palazzo Marino, potrebbe mettere a disposizione spazi al piano terra di edifici comunali solitamente destinati ad attività culturali e sociali nei quartieri. Si tratta di una strada definita “non tradizionale” da chi la sta esplorando, un percorso complesso e tutto da costruire che però, a fronte di un’emergenza che vede la storica libreria e casa editrice milanese in liquidazione dal 10 gennaio, sembra rappresentare una delle poche alternative concrete per evitare la dispersione totale di un patrimonio considerato da molti un’istituzione cittadina.

Mentre si valutano queste possibilità, il quadro industriale della vicenda ha preso una piega precisa con il ritorno alla carica del Gruppo Mondadori. A distanza di circa tredici mesi da un precedente tentativo di acquisizione totale dell’intera società – operazione che allora non trovò l’accordo necessario tra i soci – l’amministratore delegato Antonio Porro ha formalizzato un’offerta vincolante, presentata il 10 marzo alla liquidatrice Laura Limido, per rilevare esclusivamente il ramo d’azienda relativo all’editoria scolastica. Un’offerta che vale circa 15 milioni di euro e che resterà valida per un paio di settimane; nel comunicare la mossa, Porro ha precisato che, pur monitorando l’evoluzione della situazione, si valuteranno eventuali nuove opportunità per riconsiderare ulteriori asset del gruppo, lasciando intendere che l’interesse per Hoepli non si esaurisce con questo singolo comparto.

La vendita a pezzi e la spaccatura tra gli eredi

La strategia di Mondadori si inserisce in un contesto di smembramento che appare ormai delineato. Se da un lato il colosso di Segrate punta al settore scolastico – un mercato che, secondo le ultime rilevazioni, rappresenta circa il 2,5 per cento del totale nazionale – dall’altro la sorte della storica sede di via Hoepli sembra segnata da una separazione netta rispetto all’attività editoriale. La liquidatrice ha già annunciato che la libreria dovrà sgomberare gli spazi entro il 30 aprile, con i 49 librai e gli altri dipendenti (circa 89 in totale) che guardano a una chiusura imminente del punto vendita fisico e dell’e-commerce. Sull’immobile, un palazzo di sei piani nel cuore di Milano, si sarebbero mossi fondi di investimento statunitensi, anche se la proprietà – riconducibile alla holding Sef della famiglia Hoepli – non ha ancora ufficializzato cessioni.

All’origine di questo scenario di “vendita a pezzi” ci sono le profonde divisioni familiari emerse con virulenza negli ultimi anni. La maggioranza della società era detenuta dai fratelli Matteo, Giovanni e Barbara Hoepli (figli di Ulrico Carlo), mentre il restante 33 per cento delle quote apparteneva al cugino Giovanni Nava, erede della zia Bianca Maria Hoepli. Un contenzioso legale, pendente da anni e che potrebbe ribaltare gli equilibri di potere se Nava dovesse ottenere la maggioranza, ha paralizzato di fatto ogni decisione strategica. È stato proprio il socio di minoranza – che si è opposto alla delibera di liquidazione volontaria del 10 marzo, definendola una scelta che lascia l’azienda “come un animale ferito” in balìa dei predatori – ad avere bloccato in passato tentativi di cessione globale come quello prospettato da Mondadori un anno fa.

L’interesse per il ramo scolastico e il peso economico della libreria

Per Mondadori, l’operazione sulla divisione scolastica rappresenta un tassello nella strategia di crescita guidata da Marina Berlusconi, volta a consolidare la leadership nel settore dell’editoria didattica e della manualistica, un comparto che in Italia muove annualmente centinaia di milioni di euro. Il ramo d’azienda oggetto dell’offerta comprende non solo i cataloghi e i diritti, ma anche una parte significativa del personale impiegato nella produzione dei testi, settore in cui Hoepli vanta una tradizione ultracentenaria che affonda le radici nei manuali tecnici e scientifici pubblicati sin dalla fine dell’Ottocento.

Il peso della libreria fisica, invece, è stato indicato dai vertici aziendali come uno dei fattori di crisi più gravosi: secondo ricostruzioni riportate, il solo punto vendita di via Hoepli accumulava perdite per circa 200mila euro al mese, con un disinvestimento progressivo che aveva portato già alla fine del 2024 a una riduzione drastica degli ordini e alla vendita di un magazzino di proprietà. I sindacati, da parte loro, hanno denunciato una gestione che, in risposta alle difficoltà, ha preferito la contrazione delle attività alla ricerca di nuove fonti di ricavo, come la partecipazione a bandi per forniture a biblioteche e università.

La protesta dei lavoratori e il ruolo delle istituzioni

Mentre si susseguono le offerte e si delineano i destini separati delle diverse anime della società, i lavoratori hanno cercato di mantenere alta l’attenzione sulla sorte della libreria come luogo fisico e simbolico. Sabato 14 marzo, davanti all’ingresso di via Hoepli, si è svolto un flash mob che ha visto la partecipazione di una folla compatta – clienti affezionati, famiglie con bambini, anziani arrivati con le loro sedie pieghevoli – a testimonianza del legame affettivo che la città intrattiene con quello spazio. La petizione online lanciata per chiedere la salvaguardia della realtà culturale ha superato le 42mila firme, mentre i librai stessi hanno tappezzato le vetrine con cartelli come “La cultura non si liquida”.

Le istituzioni, dal canto loro, hanno mostrato una vicinanza che però si scontra con la natura privata della vicenda. Il sindaco Giuseppe Sala, ricevendo i rappresentanti dei lavoratori, ha dovuto constatare i limiti dell’intervento pubblico, pur convocando un tavolo con i sindacati per venerdì successivo al flash mob. Una delle richieste avanzate dai dipendenti e sostenute dai sindacati Slc-Cgil, Fistel-Cisl e Uilcom-Uil è il riconoscimento dello status di “bottega storica” per la libreria, un Titolo che garantirebbe agevolazioni e vincoli sulla destinazione d’uso dell’immobile, impedendo – o quantomeno rendendo più oneroso – un eventuale cambio di destinazione in favore di attività commerciali non culturali. Una richiesta che si intreccia con le trattative per la cooperativa di librai e con gli spazi offerti da Palazzo Marino, tentativi estremi per tentare di ricucire ciò che la frattura familiare e le logiche di mercato hanno ormai disgregato.

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