La nuova strategia di OpenAI: niente data center di proprietà, si affitta la potenza di calcolo

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Redazione Economia Redazione Economia   -   Il colosso dell’intelligenza artificiale sta riscrivendo silenziosamente i piani del progetto Stargate, quel programma infrastrutturale da 500 miliardi di dollari annunciato come il pilastro dell’AI americana e benedetto – a suo tempo – dalla Casa Bianca. Non si tratta di una cancellazione del marchio, che resta in piedi, quanto piuttosto di un progressivo svuotamento operativo: invece di possedere direttamente i data center insieme ai partner storici come Oracle e SoftBank, l’azienda guidata da Sam Altman preferirebbe ora accordi più flessibili, affittando capacità di calcolo anziché immobilizzare capitali in cemento e server.

Un dietrofront che ridisegna gli equilibri del settore

La decisione, emersa da un’inchiesta del *Financial Times*, ha già avuto conseguenze concrete su alcuni dei cantieri più avanzati. OpenAI ha sospeso un progetto nel nord-est dell’Inghilterra e ridimensionato un altro insediamento a Narvik, in Norvegia, dove a rimetterci è stata la startup Nscale: quest’ultima, dopo aver investito pesantemente in attrezzature, ha dovuto cedere il contratto a Microsoft, che si è fatta carico della capacità di calcolo orfana. Stessa storia in Texas, ad Abilene, dove il colosso guidato da Satya Nadella ha rilevato l’espansione di un campus chiave che OpenAI non ha più voluto portare avanti. L’operazione racconta di una frattura silenziosa ma profonda: da un lato i giganti tecnologici con bilanci solidi pronti a subentrare, dall’altro una startup – perché di questo si tratta, nonostante la valutazione da capogiro – costretta a una marcia indietro.

I conti che non tornano e i nervi tesi al vertice

A rendere questo cambio di passo inevitabile è stata la fredda realtà dei numeri. Il *Wall Street Journal* ha raccontato di una società che non è riuscita a centrare i propri obiettivi interni per quanto riguarda gli utenti attivi di ChatGPT e i ricavi, una battuta d’arresto che ha gelato il mercato e che ha cominciato a riflettersi sull’intera filiera dell’AI generativa. La direttrice finanziaria Sarah Friar, secondo quanto riferito da più fonti, avrebbe espresso ai vertici aziendali una preoccupazione precisa: se i ricavi non cresceranno abbastanza in fretta, non sarà possibile sostenere l’enorme mole di contratti per l’acquisto di potenza di calcolo già firmati. Un’ammissione pesante, che getta un’ombra non solo sulla strategia infrastrutturale, ma anche sull’ipotetica scalata verso la Borsa, una prospettiva che nelle stanze del potere di San Francisco divide ormai da mesi.

L’incognita della quotazione e il costo insostenibile del “compute”

La tensione tra Friar e lo stesso Altman, quest’ultimo storicamente fautore di una politica espansiva volta ad assicurarsi qualsiasi megawatt disponibile, sarebbe aumentata proprio attorno al tavolo delle decisioni sulle spese future. L’amministratore delegato continua a vedere nella scarsità di potenza di calcolo il principale freno alla crescita, mentre la sua amministratrice delegata finanziaria è chiamata a far quadrare i conti in una fase in cui gli investitori, scottati dalle aspettative disattese, cominciano a chiedere maggiore disciplina. La questione non è più soltanto se OpenAI cresca o meno, ma se sia in grado di farlo con la velocità necessaria a giustificare una montagna di debiti e impegni pluriennali. I segnali che arrivano dai cantieri, insomma, raccontano di un’azienda che ha capito di non potersi permettere il lusso di fare la banca e l’immobiliarista: meglio affittare, anche a costi più alti a lungo termine, piuttosto che restare schiacciata dal peso di una proprietà che non può più permettersi.

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