Italia fuori dall’ombrello nucleare francese, ma con una finestra per future mediazioni

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Redazione Esteri Redazione Esteri   -   Le dichiarazioni del viceministro agli Esteri Edmondo Cirielli delineano una posizione chiara da parte dell’Italia in merito al dibattito, sempre più acceso in queste ore, sulla creazione di un ombrello nucleare europeo di marca francese. Roma, al momento, non intende chiedere di essere ammessa sotto la protezione atomica garantita dai caccia Rafale di Parigi — quelli che, come si apprende dai retroscena della Conferenza di Monaco, potrebbero essere schierati in Germania, Polonia, Danimarca, Svezia e nei paesi baltici — ma nemmeno chiude del tutto la porta a futuri sviluppi. L’atteggiamento del governo, stando alla ricostruzione fornita, è quello di assumere un ruolo defilato, se non proprio attendista, in una partita che vede Berlino e Parigi muoversi con maggiore solerzia. L’obiettivo dichiarato dall’esecutivo, per bocca del viceministro, sarebbe quello di preservare la propria capacità di mediazione, quel tradizionale punto di equilibrio che l’Italia dice di voler cercare tra la sponda americana e quella europea all’interno della Nato.

D’altronde, il progetto di uno scudo nucleare continentale, seppur avanzato pubblicamente da Emmanuel Macron, non gode ancora di una piena omogeneità di vedute, nemmeno tra i suoi potenziali beneficiari. Pesa come un macigno sull’iniziativa lo scenario politico interno francese, con le prossime presidenziali all’orizzonte e un Rassemblement national — attualmente dato per favorito con la coppia Le Pen-Bardella — che si è già dichiarato contrario a qualsiasi condivisione di sovranità in ambito atomico in funzione anti-russa. È un ostacolo non da poco, questo, perché rende aleatoria qualsiasi trattativa di lungo periodo: un cambio alla guida dell’Eliseo potrebbe stracciare in un istante quanto faticosamente costruito, riducendo la proposta di Macron, di fatto, a una finestra di opportunità dal tempo contingentato.

L’asse franco-tedesco e la dottrina Rutte

Eppure, il dibattito procede. Friedrich Merz ha confermato colloqui in corso con la Francia per integrare la deterrenza di Parigi in un quadro europeo, sebbene sempre all’ombra del più ampio cappello Nato. Una protezione, quella francese, che verrebbe a innestarsi su un’architettura di sicurezza che per gli alleati europei rimane ancorata al presupposto della superiorità atomica americana. Lo ha ribadito con forza il segretario generale della Nato, Mark Rutte, intervenendo a Monaco per spegnere sul nascere qualsiasi entusiasmo autonomista: nessuno, in Europa, starebbe spingendo per rimpiazzare l’ombrello nucleare fornito da Washington, ha chiarito, perché quello resta l’unico vero e credibile garante. Un monito che suona come una doccia fredda per i sostenitori di una difesa europea autonoma, anche se Rutte stesso, nel suo intervento, ha aggiornato i partner sulla necessità di non deviare dagli aiuti convogliati attraverso i programmi coordinati, come il Purl, invitando anzi a non fornire assistenza militare a Kiev al di fuori di quei canali prestabiliti.

L’Italia, in questo scacchiere, sceglie quindi la cautela. Una prudenza che potrebbe leggersi come dettata dalla volontà di non urtare la sensibilità dell’amministrazione Trump — tornato alla Casa Bianca e notoriamente diffidente verso iniziative europee che possano apparire come uno sganciamento — ma che al contempo non preclude un eventuale coinvolgimento futuro. Il governo, nella sua azione, sembra voler mantenere aperto un canale con tutti gli attori in campo: da una parte gli Stati Uniti, che restano il pilastro della difesa atlantica; dall’altra Francia e Germania, che quel pilastro vorrebbero affiancarlo con qualcosa di più marcatamente europeo. Una posizione di equilibrio che, nei fatti, trasforma l’Italia in un osservatore partecipe, pronto a raccogliere i frutti di un negoziato altrui senza esporsi in prima linea in una trattativa, quella sulla condivisione dell’atomica, storicamente complessa e densa di implicazioni.

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