Ucraina, la contro-proposta dei leader Ue e i paletti di Meloni a Johannesburg

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Redazione Esteri Redazione Esteri   -   Nella città che porta il nome di Nelson Mandela, a pochi minuti di distanza dalle bidonville di Soweto, il dossier ucraino corre parallelo alle sessioni ufficiali del G20, con la premier Giorgia Meloni che delinea la posizione di Roma, sottolineando come «l’Italia sia pronta a collaborare con europei e americani per raggiungere una pace giusta». Dichiarazioni che giungono poco prima dell’incontro di emergenza, convocato su iniziativa dei vertici dell’Unione Europea, al quale la Meloni partecipa insieme a una rosa di leader internazionali, tra i quali il presidente francese Emmanuel Macron, il premier britannico Keir Starmer e il cancelliere tedesco Friedrich Merz, oltre ai rappresentanti di Canada, Norvegia, Giappone, Australia, Finlandia, Irlanda, Paesi Bassi e Spagna.

La risposta europea al piano Usa

Mentre le lancette di Donald Trump accelerano il passo, fissando per giovedì una scadenza perentoria che costringerà l’Ucraina ad accettare o respingere il piano di pace in 28 punti stilato dalla Casa Bianca – un documento considerato da molti inaccettabile, poiché concederebbe alla Russia ben più di quanto essa abbia effettivamente conquistato militarmente – l’Europa, tra una pausa e l’altra del vertice di Johannesburg, si attiva per elaborare una risposta coordinata. L’appuntamento di Ginevra rappresenta il primo, concreto tentativo di dialogo tra le capitali europee e gli Stati Uniti, volto a persuadere l’amministrazione americana a abbandonare l’approccio unilaterale che rischia di calpestare le prerogative di Kiev e di Bruxelles. L’Italia, in questo frangente, conferma la sua piena partecipazione al negoziato; la partenza di diversi diplomatici dal G20 in Sudafrica segnala, del resto, un impegno collettivo per fare pressione sul presidente Trump, affinché superi la logica dell’ultimatum che minaccia di ritirare il supporto americano se non si giungerà a una firma entro la prossima settimana.

I punti irrinunciabili dello statement europeo

I cosiddetti Volenterosi per l’Ucraina, riunitisi ieri a margine del G20, hanno prodotto uno statement che fissa alcuni paletti inequivocabili, articolati attorno a tre principi fondamentali. Il primo, e forse il più significativo, ribadisce l’inviolabilità dei confini, i quali "non devono essere modificati con la forza", in netta contrapposizione a qualsiasi ipotesi di legittimazione delle annessioni territoriali. Il secondo punto critica esplicitamente le eccessive "limitazioni proposte alle forze armate ucraine", giudicate un elemento che minerebbe la sicurezza e la sovranità del paese. Il terzo, infine, introduce una clausola di salvaguardia istituzionale, richiedendo il "consenso dei membri dell'Ue e della Nato" per "l'attuazione degli elementi relativi all'Unione europea e all'Alleanza atlantica", un meccanismo che di fatto attribuisce a Bruxelles un potere di veto su aspetti cruciali dell’accordo.

La strategia di Meloni tra alleanza atlantica e identità europea

La cautela mostrata dalla premier Meloni, la quale pur ribadendo la volontà di lavorare a stretto contatto con Washington insiste sulla necessità di una cooperazione strutturata, riflette la complessa posizione di un governo che intende preservare la solidarietà atlantica senza però abdicare alla sovranità decisionale europea. La sua linea, che evita toni polemici ma non rinuncia a marcare le distanze su contenuti specifici, si allinea a quella di altri leader continentali preoccupati dalle conseguenze di un accordo imposto, il quale, sebbene possa apparire come una soluzione rapida, rischierebbe di creare instabilità duratura. L’obiettivo, quindi, non è un rifiuto pregiudiziale del piano americano, bensì la sua profonda revisione attraverso un negoziato serrato che tenga conto delle istanze di Kiev e dei principi fondativi dell’Unione, i quali, come emerso dalla riunione, non sono considerati negoziabili.

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