Firenze, il cilindro bianco che oscura il duomo e il caso del silenzio-assenso
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Redazione Interno
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La sagoma inconfondibile della cupola del Brunelleschi, da secoli simbolo assoluto del Rinascimento, si è trovata negli ultimi giorni un coinquilino ingombrante quanto inaspettato: un imponente cilindro di colore bianco, installato sul tetto di un edificio in viale Belfiore, proprio lì dove la distanza dalla basilica di San Lorenzo è talmente ridotta da rendere l’impoverimento visivo quasi grottesco. Questo ripetitore per la telefonia mobile, di dimensioni decisamente fuori scala rispetto ai più discreti impianti che punteggiano i tetti della città, ha innescato una vivace polemica che coinvolge direttamente la Soprintendenza e Palazzo Vecchio; la struttura, infatti, sebbene percepita dall’opinione pubblica come una deturpazione del paesaggio storico, risulta tecnicamente legittima, essendo stata autorizzata attraverso un meccanismo burocratico che ha di fatto impedito qualsiasi veto da parte degli enti preposti alla tutela.
La scintilla della discordia, come spesso accade in casi di questo genere, è scoccata dopo la pubblicazione di alcune fotografie che mostravano l’impatto quasi surreale del “cilindrone” sullo skyline; immagini alle quali la soprintendente Antonella Ranaldi ha reagito con una certa dose di irritazione, ammettendo candidamente che “effettivamente le dimensioni sono esagerate” e confidando di aver quasi sperato che si trattasse di uno scherzo. Tuttavia, la massima autorità cittadina in materia di bellezza artistica ha subito aggiunto un dettaglio non secondario, e cioè che quella stessa struttura – così aliena al contesto – possiede comunque un’autorizzazione paesaggistica regolarmente rilasciata; un’autorizzazione che, per quanto la stessa Ranaldi abbia definito l’opera “esagerata”, risulta ormai scattata in automatico, rendendo assai complicato qualsiasi ipotetico intervento a posteriori o azione di rimozione.
Ma come è stato possibile, ci si chiede, che un manufatto tanto invasivo abbia ottenuto il via libera senza che nessuno alzasse un cartello? La risposta, in questo specifico frangente, affonda le radici in un istituto giuridico noto come “silenzio-assenso”, lo stesso che ha finito per alimentare un duro botta e risposta istituzionale tra la stessa soprintendente e la sindaca Sara Funaro. Quest’ultima, infatti, ha ribaltato la questione con una certa fermezza, osservando come le richieste di questo tipo seguano un iter normativo ben preciso (che prevede il passaggio da Arpat e dalla commissione paesaggistica), e che la soprintendenza disponesse di ben 60 giorni per esprimere il proprio parere, decorsi i quali scatta appunto il principio del silenzio-assenso.
Lo scontro a distanza tra l’ente di tutela e l’amministrazione comunale
La replica della Ranaldi, sebbene indiretta, è stata tutt’altro che accomodante; la soprintendente ha sottolineato come queste trasformazioni sulle coperture incidano sul paesaggio più di quanto si possa immaginare, creando effetti cumulativi spesso deleteri, eppure la legge – quella nazionale che recepisce le direttive europee sulle comunicazioni elettroniche – ha progressivamente svuotato i poteri reali dei Comuni in materia di infrastrutture tecnologiche. A rincarare la dose è intervenuto, da par suo, anche qualche esponente dell’opposizione, come il consigliere Alessandro Draghi, il quale ha ironizzato amaramente sul fatto che fiorentini e turisti sembrerebbero ora costretti ad ammirare il “campanile di Iliad” piuttosto che quello di Giotto.
Il nodo normativo, la deregulation e la marcia silenziosa della tecnologia
Se la sindaca Funaro ha chiesto ironicamente alla soprintendente se fosse lei a scherzare nel sollevare obiezioni solo dopo l’installazione, dall’altra parte del fronte si ribatte che il vero problema non è la volontà politica, ma la struttura stessa del “silenzio-assenso”. In sostanza, una volta che l’operatore telefonico (nella fattispecie Iliad) presenta la documentazione necessaria al Suap, l’ente preposto – nel caso specifico la Soprintendenza – può anche ritenere l’opera mostruosa; se tuttavia non riesce a formalizzare il diniego nei ristretti tempi previsti dal decreto Semplificazioni, il provvedimento positivo è comunque concesso per legge. Una dinamica che, come osservato dal consigliere di sinistra Dmitrij Palagi, rende il Comune di Firenze un attore sostanzialmente passivo, costretto a incassare i colpi di una modernità che non sempre sa coniugare la tecnologia con la tutela del patrimonio UNESCO.
Il presente di un impianto già in funzione e l’assenza di colpevoli
A rendere il caso ancora più paradossale, poi, è la constatazione che l’antenna – contrariamente a quanto si potrebbe pensare osservando la freschezza della polemica – non è certo una novità di queste ore; installata nel gennaio del 2023, è lì da più di tre anni, visibile a chiunque salga sulla terrazza del Social Hub in viale Belfiore, quasi a testimoniare come, a furia di assuefare lo sguardo a intrusioni sempre più grossolane, si finisca per non vedere più l’orrore. E così Firenze si ritrova a fare i conti con un “mostro” di plastica bianca che, pur essendo aborrito dalla soprintendente e sgradito al cittadino, rimane lì, inamovibile, protetto da una gabbia normativa pensata per accelerare la digitalizzazione del paese e che finisce per legare le mani a chi dovrebbe difendere l’estetica.




