Previdenza complementare, conto alla rovescia per luglio: scatta il silenzio-assenso per il Tfr
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Redazione Interno
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Il meccanismo che regola il destino del Trattamento di Fine Rapporto dei lavoratori dipendenti privati, eccetto i domestici, sta per subire una mutazione genetica a partire dal prossimo 1° luglio. La Legge di Bilancio 2026 (L. 199/2025) accelera drasticamente i tempi di decisione per i neoassunti, riducendo da sei mesi a soli sessanta giorni la finestra entro cui esprimere una volontà esplicita.
In assenza di una comunicazione formale – ovvero se il lavoratore rimane inerte – il Tfr maturando confluirà automaticamente nel fondo pensione di categoria previsto dal contratto collettivo, ribaltando la vecchia logica dove il silenzio portava a lasciare la liquidazione in azienda. Questo nuovo conio del silenzio-assenso, come lo definiscono gli operatori del settore, rappresenta il tentativo più deciso degli ultimi anni per colmare il divario che vede la previdenza complementare italiana ferma a quota dieci milioni di iscritti, poco più di un terzo della forza lavoro effettiva.
Le criticità sollevate da Assoprevidenza e la memoria di Modigliani
Non tutti, nel perimetro della vigilanza e della promozione, guardano a questa data con ottimismo operativo. Sergio Corbello, presidente di Assoprevidenza, intervenuto a un seminario romano organizzato con PwC Italia, ha definito la scadenza del 1° luglio “irrealistica” per mettere a terra le complesse novità normative che riguardano non solo l’adesione, ma anche le nuove forme di erogazione delle prestazioni, come la rendita a durata definita o i prelievi frazionati.
Le modifiche, spiega Corbello, impongono ai fondi un aggiornamento radicale di statuti, regolamenti e procedure informatiche; un lavoro enorme che difficilmente si concilia con i tempi stringenti, tanto che lo stesso presidente auspica un rinvio legislativo al 1° gennaio 2027 o quantomeno un approccio pragmatico da parte degli enti di controllo.
In questo scenario di rincorsa normativa, fa capolino la lungimiranza di Franco Modigliani: il premio Nobel per l’Economia, come rammentato di recente dal governatore onorario di Banca d’Italia Ignazio Visco durante un convegno Cdp, aveva immaginato il futuro della previdenza complementare in un ipotetico "Inps 2", un super fondo integrativo del primo pilastro, prevedendo – con una precisione quasi profetica – che da noi il secondo pilastro non avrebbe mai davvero decollato se non spinto da meccanismi coercitivi o di spinta gentile.
Leva fiscale e nuove prestazioni per vincolare il risparmio
Per rendere più digeribile questa erosione della libertà di scelta (o dell’inerzia che tale libertà presuppone), il Legislatore ha agito sul fronte dei vantaggi concreti. A partire dal periodo d’imposta 2026, il limite annuo di deducibilità per i contributi versati alla previdenza complementare sale da 5.164,57 a 5.300 euro, un tetto che esclude però il TFR conferito al fondo.
Sul fronte del “decumulo”, cioè della fase in cui si incassa il malloppo, arrivano flessibilità inedite: la quota ottenibile immediatamente in capitale passa dal 50% al 60% del montante, e se la rendita calcolata sul 70% residuo risulta inferiore alla metà dell’assegno sociale (una soglia che si aggira sui 270 euro mensili), si può ottenere l’intero importo in un’unica soluzione.
Vengono introdotte, inoltre, la rendita a durata definita e la possibilità di effettuare prelievi periodici controllati, soluzioni che cercano di rispondere alla storica avversione dell’italiano medio per la rendita vitalizia, quel timore di "morire lasciando i soldi sul piatto" che ha sempre frenato l’entusiasmo per i fondi.
L’allargamento della platea e l’obbligo per le imprese
La riforma non tocca solo i lavoratori, ma incide pesantemente anche sulla gestione aziendale del Tfr. Dal 1° gennaio 2026, l’obbligo di versare al Fondo Tesoreria Inps le quote non destinate ai fondi pensione viene esteso. In base alle nuove soglie transitorie, per il biennio 2026-2027 l’obbligo scatterà per le imprese che raggiungono o superano una media di 60 dipendenti nell’anno solare precedente, con una previsione di abbassamento progressivo a 50 dipendenti dal 2028 fino ad arrivare a 40 addetti dal 2032.
Un vero e proprio assalto al fortino del Tfr tenuto in azienda, che per decenni ha rappresentato una fonte di finanziamento a costo zero per le imprese (si pensi ai 234 miliardi di euro lasciati nelle casse aziendali dal 2007 a oggi). L’obiettivo è svuotare queste riserve interne per dirottare la liquidità verso il circuito previdenziale assistito.
Se da un lato i sindacati hanno accolto con favore questa stretta per garantire le pensioni future, dall’altro le associazioni datoriali temono un effetto morsa sulla liquidità, soprattutto per quelle Pmi in fase di crescita che si troveranno improvvisamente a dover riversare mensilmente somme ingenti all’Inps senza più poterle gestire internamente.




