È morta Enrica Bonaccorti, la signora della tv che da ragazzina scoprì il mondo a Sassari
Articolo Precedente
Articolo Successivo
Redazione Interno
-
Se ne è andata stamattina, nella sua Roma, Enrica Bonaccorti, e l’annuncio della sua scomparsa – arrivato intorno alle dieci di questa mattina, giovedì 12 marzo – ha diffuso una strana malinconia in chi l’aveva seguita per decenni. Aveva 76 anni, compiuti lo scorso novembre, e da circa sei mesi lottava con una diagnosi di tumore al pancreas che non lasciava scampo, una di quelle malattie che lei, donna di parole e di scena, aveva scelto di raccontare a viso aperto, senza infingimenti. Lo aveva fatto in televisione, ospite di Silvia Toffanin a Verissimo a gennaio, e lo aveva fatto sui social, poche settimane dopo, condividendo con i suoi follower la ripresa della chemioterapia. “Le cure non sono andate bene”, aveva detto con quella sua onestà intellettuale che ne faceva un’anomalia nel panorama dello spettacolo italiano. Figlia di un ufficiale di sicurezza, ligure di Savona ma con un’anima profondamente segnata dalla Sardegna, la Bonaccorti aveva attraversato oltre cinquant’anni di televisione, teatro e scrittura, lasciando un’impronta netta, fatta di ironia tagliente e di una rara capacità di stare in scena senza mai risultare volgare o sopra le righe.
L’adolescenza sassarese, quella, per intenderci, che lei stessa amava rievocare con un misto di stupore e tenerezza, fu forse il crogiolo in cui si formò la sua sensibilità. Arrivata in città a tredici anni, al seguito del padre, vi rimase per un triennio, frequentando il liceo classico Azuni e scoprendo una dimensione provinciale che ai suoi occhi, cresciuti in una famiglia borghese tra la Riviera e il capoluogo ligure, appariva immensa e piena di promesse. “Piazza d’Italia mi sembrava Times Square”, raccontò in un’intervista del 2021 a Unionesarda.it, e in quella frase c’è tutta la capacità di trasformare il quotidiano in narrazione che l’avrebbe accompagnata per tutta la carriera. La Sardegna, per lei, non fu una semplice tappa anagrafica, ma una radice affettiva a cui tornava volentieri, ogni volta che poteva, per partecipare a presentazioni o semplicemente per respirare quell’aria di gioventù che l’aveva vista crescere.
Dai teatri con Modugno al caso giudiziario di “Non è la Rai”
La carriera di Enrica Bonaccorti è stata talmente poliedrica da sfuggire a qualsiasi tentativo di ridurla a un semplice ruolo. Iniziò come attrice, e lo fece con i grandi: nel 1968 era in scena con Domenico Modugno e Paola Quattrini in “Mi è cascata una ragazza nel piatto”, e a quel periodo risale anche la sua vena di paroliera, che la portò a scrivere per il medesimo Modugno “La lontananza”, un brano destinato a restare. Negli anni Settanta, tra sceneggiati Rai di prestigio – come “La pietra di luna” di Majano o “L’amaro caso della baronessa di Carini” di Daniele D’Anza – e pellicole cinematografiche, alcune delle quali nel filone della commedia all’italiana più disimpegnata, la sua presenza si fece sempre più familiare al pubblico. Ma fu la conduzione televisiva a consacrarla: dal 1978, con “Il sesso forte” in Rai, passando per “Pronto, chi gioca?” e “Italia sera”, fino al passaggio a Mediaset nel 1987, dove condusse programmi come “La giostra” e “Ciao Enrica” e, soprattutto, quel “Cari genitori” che le regalò un solido successo di pubblico.
Fu proprio a Mediaset che si verificò l’episodio più discusso della sua carriera, quello che portò il suo nome sulle pagine della cronaca giudiziaria e non solo su quelle dello spettacolo. Correva l’inizio degli anni Novanta e la Bonaccorti era alla guida di “Non è la Rai”, il contenitore del mezzogiorno di Canale 5 che faceva della spontaneità e della gioventù delle sue ragazze il proprio cavallo di battaglia. In una delle puntate, durante il celebre gioco del “Cruciverbone”, si verificò un episodio in diretta che sollevò immediatamente un polverone di polemiche: un concorrente, Antonello Bacciocchi, riuscì a comporre la parola “cacca” sull’enorme tabellone, parola che poi, miracolosamente, si rivelò essere proprio quella richiesta dalla definizione. L’accaduto scatenò sospetti di irregolarità, con molti che parlarono di una messa in scena pilotata dalla produzione. Ne seguì un’inchiesta della magistratura, che ipotizzò il reato di truffa ai danni della Rai, la quale aveva acquistato i diritti del format, e il caso finì in tribunale, dove la stessa Bonaccorti fu chiamata a testimoniare, contribuendo a ricostruire una vicenda che, al di là dell’esito giudiziario, rimase come una macchia indelebile nella storia del varietà televisivo italiano.
La malattia affrontata con dignità e l’ultimo saluto senza fiori
Negli ultimi anni, dopo una miriade di apparizioni come opinionista in programmi di successo – da “Domenica live” a “La vita in diretta”, da “Mattino Cinque” a “Live – Non è la D’Urso” – e un ritorno alla conduzione su Tv8 con “Ho qualcosa da dirti”, la sua vita era stata segnata anche da altri problemi di salute. Nel 2023 si era sottoposta a un delicato intervento chirurgico a cuore aperto per dei bypass coronarici, un’operazione che aveva affrontato con il medesimo aplomb con cui, due anni dopo, avrebbe gestito la notizia del tumore. Quando a settembre del 2024 la diagnosi arrivò, lei scelse di non nascondersi, ma di condividere il suo stato con il pubblico, quasi a voler normalizzare una paura collettiva. Lo fece con un post su Instagram, in cui appariva su una sedia a rotelle spinta dalla figlia Verdiana – avuta dal matrimonio con Daniele Pettinari, e che lei definì sempre “la mia unica forza” – scusandosi con gli amici per i mesi di silenzio e promettendo di non fare più lo struzzo.
L’ultimo atto pubblico, in ordine di tempo, fu l’intervista rilasciata a Verissimo alla fine di gennaio, in cui confessò che la chemioterapia non stava dando i frutti sperati e che avrebbe dovuto ricominciare tutto daccapo. In quell’occasione, con la lucidità che non l’aveva mai abbandonata, espresse anche un desiderio preciso per il suo addio: “Al mio funerale non voglio fiori, lasciateli al vento”. Una frase che suona come un testamento spirituale, il rifiuto di un omaggio formale e stereotipato in favore di qualcosa di più vivo e autentico. Oggi, a poche ore dalla sua scomparsa, la camera ardente non è stata ancora annunciata, ma il cordoglio di chi l’ha conosciuta e apprezzata, dentro e fuori il piccolo schermo, è già tangibile. Quella che ci lascia non è solo una conduttrice, ma una intellettuale popolare, capace di attraversare i generi con disinvoltura e di lasciare, in chi l’ha ascoltata, il ricordo di una voce inconfondibile, elegante eppure diretta, proprio come il suo sguardo di ragazzina su quella piazza sassarese che le sembrava il centro del mondo.




