La resa dei conti a Trigoria: tra Ranieri e Gasperini ne resterà soltanto uno
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Redazione Sport
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La pace armata che regnava a Trigoria, almeno in apparenza, si è infranta contro le dichiarazioni del pre-partita di Roma-Pisa, trasformando un confronto banale in un vero e proprio campo di battaglia mediatico. Claudio Ranieri, che solitamente incarna il ruolo del diplomatico navigato, ha rotto gli indugi, alzando il velo su una spaccatura – quella con Gian Piero Gasperini – che per mesi i diretti interessati avevano tentato di mascherare con sorrisi di circostanza e risposte elusive. Il senior advisor della proprietà, carica che ricopre ormai da tempo, ha utilizzato il proscenio televisivo per piazzare una stoccata che sapeva di ultimatum: «Sono il senior advisor della proprietà, non di Gasperini», ha ribadito, chiarendo una volta per tutte le gerarchie interne e spazzando via ogni dubbio su chi, nella sua visione, debba tracciare la linea del futuro giallorosso.
L’oggetto del contendere, va detto, non è mai stato il semplice campo, bensì il mercato e la gestione della rosa. Gasperini, nei giorni precedenti, aveva avuto il coraggio (o la leggerezza, a seconda dei punti di vista) di lamentare un «crollo morale» e di puntare il dito contro alcuni innesti estivi, ritenuti non all’altezza di una piazza esigente come Roma, risparmiando solo i profili di Malen e Wesley. Ranieri, però, non gliene ha fatta passare una: ha risposto per le rime, svelando un retroscena pesante come un macigno. «Nessun giocatore è sbarcato a Trigoria senza il suo sì», ha tuonato il “Sir”, rovesciando l’accusa contro l’allenatore. Nelle sue parole, la difesa del direttore Massara – ritenuto erroneamente da molti il capro espiatorio – è apparsa immediata e feroce: «Alcuni non piacevano all’allenatore e non li abbiamo presi. Altri magari non stanno a quel livello? Pazienza, li abbiamo presi apposta. Se non vanno bene, cambiamoli». Una bordata che non lascia spazio a repliche, dove Ranieri ha di fatto rivendicato la paternità collettiva di ogni scelta, spostando il baricentro della colpa proprio su chi criticava.
Il vaso di coccio e i due vasi di ferro
A fare le spese di questo braccio di ferro, paradossalmente, non è solo l’umore dello spogliatoio ma la stabilità stessa dell’intera area tecnica. Secondo le ricostruzioni che filtrano dalla stampa locale, quella che sembrava una semplice scaramuccia tra un dirigente (per quanto ingombrante) e il tecnico si sta rivelando una resa dei conti esistenziale. La proprietà Friedkin, che da più di un anno osserva questa dinamica, si trova ora con le spalle al muro: la convivenza è diventata un ossimoro. «Ne resterà soltanto uno», titola senza mezzi termini Il Tempo, fotografando l’esito obbligato di questa partita a scacchi. Gasperini ha giocato le sue carte pubblicamente, lamentando le mancate coperture; Ranieri ha risposto alzando la posta, ma nello farlo ha anche mostrato una certa insofferenza che poco si addice al suo stile abituale, alimentando persino l’ipotesi di un suo possibile futuro in Figc o di un addio anticipato se non dovesse essere più ascoltato.
Eppure, nonostante la tensione, i calendari parlano chiaro: la Roma è ancora in corsa per un obiettivo importante e il tempo per le guerre intestine è poco. Il faccia a faccia decisivo è atteso a Trigoria, dove i due – chissà – proveranno almeno a chiarire i termini della loro separazione. Il nodo, però, rimane politico più che tecnico. Ranieri, forte del mandato diretto dei Friedkin, ha fatto capire di non essere disposto a fare da parafulmine o da "garante" per un progetto che non sente completamente suo, mentre Gasperini, dal canto suo, ha difeso il proprio operato citando le difficoltà oggettive di una rosa piena di giovani e prestiti. La sensazione è che si sia ormai arrivati a un punto di non ritorno.
L’errore di valutazione e il futuro già scritto
A conti fatti, lo stesso Ranieri, ripercorrendo mentalmente le tappe dell’estate, sembra aver capito di aver commesso un errore di valutazione. Aver insistito per affidare la panchina a Gasperini, al di là del balletto sulle famose “quarte scelte” dopo i no di altri tecnici, si sta rivelando una scelta infelice per l’equilibrio societario. L’investitura pubblica di qualche mese fa («La Roma ha bisogno di una personalità forte come la sua») è ormai un ricordo lontano, sepolto sotto una valanga di frecciate e dichiarazioni pungenti.
L’unica certezza, in questa fase, è che i Friedkin dovranno presto imbracciare la scure. Non si tratta più di aggiustare i dettagli di un rapporto incrinato, ma di scegliere da che parte stare. Da una parte c’è Ranieri, l’uomo della provvidenza, colui che ha ricucito il rapporto con la piazza e che rappresenta la continuità storica; dall’altra c’è Gasperini, l’allenatore dal progetto triennale, la cui autonomia tecnica è stata però messa in discussione dai recenti attacchi. La riunione di Trigoria servirà solo a prendere atto di una realtà: questa Roma non può più viaggiare su due binari paralleli, pena il deragliamento totale.




