Mar Rosso e Hormuz, la doppia morsa che tiene in scacco il Medio Oriente

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Redazione Esteri Redazione Esteri   -   Il fronte più caldo della crisi mediorientale, quella che ormai da mesi tiene col fiato sospeso gli osservatori internazionali e gli addetti ai lavori, si sta spostando in queste ore verso le acque del Mar Rosso e il crocevia strategico dello Stretto di Hormuz.

Da un lato, gli Houthi yemeniti hanno alzato il tiro contro l'Arabia Saudita, rompendo di fatto la fragile tregua che dal 2022 aveva cristallizzato una delle guerre civili più sanguinose e neglette del decennio scorso; dall'altro, il braccio di ferro tra Iran e Stati Uniti per il controllo delle rotte petrolifere si gioca proprio nello Stretto, con l'Oman che tenta disperatamente di fare da mediatore per scongiurare un'escalation dalle conseguenze imprevedibili.

Il risveglio degli Houthi e i nuovi attacchi a Marib

Gli Houthi, la milizia sciita sostenuta dall'Iran che controlla gran parte dello Yemen occidentale, hanno rotto gli indugi e ripreso a colpire con decisione, mettendo a dura prova la resilienza saudita e la credibilità del governo yemenita riconosciuto a livello internazionale. Negli ultimi giorni, le forze governative hanno denunciato un'intensificazione degli attacchi contro la città di Marib, un vero e proprio snodo strategico per il controllo delle risorse energetiche e un crocevia umanitario per migliaia di sfollati.

Secondo quanto riportato da al Jazeera, le forze armate yemenite, in una dichiarazione ufficiale diffusa sul loro account X, hanno accusato gli Houthi di aver lanciato missili balistici direttamente contro i quartieri residenziali e i campi profughi, aree che ospitano una popolazione civile già stremata da anni di conflitto e carestia.

L'accusa è pesante e non lascia spazio a interpretazioni: si tratterebbe di un deliberato attacco contro infrastrutture civili, una pratica che, se confermata, aggraverebbe ulteriormente il bilancio di una guerra che ha già provocato centinaia di migliaia di vittime e una delle peggiori crisi umanitarie del pianeta.

La condanna dell'Europa e il silenzio degli equilibri regionali

La risposta della comunità internazionale non si è fatta attendere, sebbene sia stata più diplomatica che operativa. L'Unione europea, attraverso una nota ufficiale, ha condannato con fermezza l'ultima ondata di attacchi, esprimendo "piena solidarietà" all'Arabia Saudita e al governo dello Yemen e porgendo le proprie condoglianze alle famiglie delle vittime.

La dichiarazione europea, però, mette in luce anche un aspetto cruciale: gli attacchi non hanno colpito solo il territorio saudita, ma anche le aree governative all'interno dello Yemen, segno che la militanza Houthi sta cercando di allargare il fronte interno per indebolire le forze del presidente Rashad al-Alimi.

Quel che appare evidente è che la tregua, costruita faticosamente grazie alla mediazione dell'ONU e delle potenze del Golfo, si sta sgretolando sotto il peso di una strategia militare che punta a riconquistare il terreno perduto e a dettare le condizioni per un futuro tavolo negoziale che, al momento, sembra più lontano che mai.

Il nodo di Hormuz e il ruolo dell'Oman

Mentre il Mar Rosso diventa teatro di un conflitto per procura tra Iran e Arabia Saudita, l'attenzione degli strateghi militari e degli operatori economici si sposta verso lo Stretto di Hormuz, il vero e proprio collo di bottiglia del commercio mondiale di petrolio, dove circa il 20% del greggio globale transita quotidianamente. In questa stretta lingua d'acqua, la tensione è palpabile e si gioca una partita delicata che vede protagonisti Teheran, Washington e l'Oman.

La diplomazia del sultanato, storicamente abituata a fare da ponte tra Occidente e Iran, si trova ora a gestire una trattativa estremamente complessa, volta a scongiurare il blocco navale che l'Iran ha più volte minacciato in passato come ritorsione per le sanzioni o per le azioni militari israeliane contro i suoi programmi nucleari.

La posta in gioco è altissima: un'interruzione anche solo parziale del traffico attraverso Hormuz provocherebbe un'impennata dei prezzi del petrolio e uno shock per le economie globali, già provate dalle tensioni inflazionistiche e dai conflitti in Ucraina e a Gaza.

Gli Stati Uniti, dal canto loro, mantengono un pressing costante attraverso la presenza navale nella regione, ma cercano al contempo di evitare uno scontro diretto che potrebbe coinvolgere le loro basi nel Golfo. L'Iran, invece, utilizza la minaccia su Hormuz come leva negoziale per ottenere la revoca delle sanzioni e il riconoscimento della sua influenza regionale, mentre gli Houthi, agendo come proxy, testano la solidità della difesa saudita a centinaia di chilometri di distanza.

Una dinamica pericolosa, quella che lega i due fronti, che rischia di trasformare le singole schermaglie in un unico, gigantesco incendio capace di coinvolgere le potenze mondiali e di riscrivere gli equilibri di un'area già martoriata da decenni di instabilità. La crisi yemenita, d'altronde, non è mai stata solo una questione interna, ma il riflesso di una competizione regionale più ampia, dove ogni missile lanciato su Marib o ogni nave fermata nel Mar Rosso rappresenta un tassello di una partita a scacchi che si gioca tra il Golfo Persico e il Corno d'Africa.

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