Il fantasma di Hormuz e il tonfo delle Borse: 870 miliardi bruciati, solo Riad tiene
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Redazione Economia
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L’onda d’urto della nuova crisi in Medio Oriente ha investito i mercati finanziari con una violenza che non si vedeva dall’inizio del conflitto in Ucraina, spazzando via 870 miliardi di capitalizzazione dalle sole piazze europee e tingendo di rosso vivo i listini di tutto il mondo. Mentre il panico si impadroniva degli investitori, travolti dalla paura di uno shock petrolifero capace di riaccendere l’inflazione e bloccare sul nascere qualsiasi manovra sui tassi d’interesse, un’unica eccezione ha sfidato la tendenza globale, un’oasi apparentemente tranquilla in un deserto di vendite: il listino di Riad. L’indice saudita Tadawul All Share Index ha chiuso la seduta in rialzo dello 0,73%, un dato che in circostanze normali passerebbe inosservato ma che ieri assumeva i contorni di una performance straordinaria. Un baluardo solitario, quest’ultimo, che descrive meglio di qualsiasi analisi la pressione devastante esercitata sugli asset rischiosi: sono crollati persino i metalli preziosi, tradizionale bene rifugio, travolti da una liquidità che cercava riparo solo ed esclusivamente nel greggio e nel metano.
La ragione di questa emorragia risiede nella conformazione stessa degli equilibri energetici globali, e la mappa delle perdite segue fedelmente quella della dipendenza dal greggio che transita attraverso lo Stretto di Hormuz, il cui controllo è oggi al centro delle operazioni militari. Il balzo del Brent, schizzato a oltre 82 dollari al barile con un incremento del 13,5% nelle prime sessanta ore di contrattazioni, e l’impennata del gasolio, volato del 34%, hanno gelato le speranze di un rapido alleggerimento del costo del denaro, riportando d’attualità lo spettro della stagflazione. Se l’Europa trema, con il Ftse Mib di Piazza Affari che ha inizialmente accusato il colpo per poi tentare un timido rimbalzo sostenuto dai titoli bancari e da Stellantis, la mazzata più dura è stata riservata però all’Asia, con Seul che ha lasciato sul terreno oltre il 12% e Tokyo che ha ceduto più del 3,6%. E in questo contesto, a tremare più di tutti è Pechino, il maggiore importatore mondiale di greggio, la cui vulnerabilità energetica emerge con drammatica chiarezza dai numeri.
La trappola cinese e il paradosso di Mps tra petrolio e inchieste
La posizione della Cina, infatti, è particolarmente esposta: oltre la metà del petrolio che importa proviene da paesi che si affacciano sul Golfo o che, come l’Iran, sono direttamente nel mirino delle operazioni guidate dall’amministrazione Trump. Nel 2025, Teheran è stato il secondo fornitore di Pechino con 1,4 milioni di barili al giorno, e le raffinerie indipendenti cinesi, le cosiddette "teapots", hanno costruito il loro modello di business sugli sconti del greggio iraniano, reso un affare dalle sanzioni che ne scoraggiano l’acquisto da parte di altri. Ora, con il conflitto che minaccia di bloccare Hormuz – attraverso cui transita il 20% dell’offerta globale di petrolio – Pechino si trova con le scorte piene di greggio russo e iraniano arrivate prima dello scoppio delle ostilità, un cuscinetto che attutisce il colpo immediato ma che non risolve la dipendenza strutturale. L’unico vero vincitore, al momento, resta il settore petrolifero, con i titoli del comparto che reggono l’urto mentre il resto dell’economia globale arretra, in una dinamica che ricorda da vicino le grandi crisi energetiche del passato.
Nel quadro di questo cataclisma finanziario, trovano spazio anche vicende tutte italiane che aggiungono un ulteriore livello di complessità al già teso scenario di Piazza Affari. Monte dei Paschi di Siena, in particolare, si muove in controtendenza rispetto al rimbalzo del listino, perdendo oltre il 2% proprio nel giorno in cui il consiglio di amministrazione è chiamato a scegliere i nomi per il nuovo board. Una riunione, quella del cda, che arriva al culmine di settimane di tensioni e che sancirà l’esclusione dell’attuale amministratore delegato Luigi Lovaglio dalla lista dei candidati. Una decisione, quest’ultima, maturata non solo per le pressioni del socio Caltagirone ma anche per il peso dell’indagine della procura di Milano sulla gestione della scalata a Mediobanca, un’inchiesta che getta un’ombra lunga e ingombrante sul futuro manageriale dell’istituto senese. In lizza per la successione, circolano i nomi di Fabrizio Palermo e Carlo Vivaldi, mentre l’ipotesi di un coinvolgimento di Corrado Passera resta sullo sfondo, legata a un possibile ruolo nella presidenza. Una partita, quella di Rocca Salimbeni, che si gioca su un doppio binario: da un lato l’incertezza giudiziaria, dall’altro la necessità di traghettare la banca in una fase complessa, resa ancora più impervia dalla bufera energetica che soffia da Oriente.
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