Referendum su lavoro e cittadinanza, il fronte si spezza tra partiti e sindacati
Articolo Precedente
Articolo Successivo
Redazione Interno
-
Mentre si avvicina la data del voto, fissato per domenica e lunedì, i cinque quesiti referendari su lavoro e cittadinanza continuano a dividere non solo le forze politiche, ma anche il mondo sindacale. La Cgil, principale promotrice della consultazione, si trova isolata rispetto alla Cisl, che ha scelto di non partecipare, mentre la Uil – pur sostenendo l’abolizione del Jobs act – lascia libertà di scelta ai suoi iscritti sugli altri temi. Un quadro frammentato, che riflette le tensioni interne alle coalizioni e alimenta dubbi sul raggiungimento del quorum, fissato al 50% più uno degli elettori.
Fino a pochi giorni fa, il dibattito si concentrava soprattutto sull’affluenza, data per certa al di sotto della soglia necessaria. Ma l’intervento delle massime cariche istituzionali, tra cui il presidente del Senato Ignazio La Russa, la premier Giorgia Meloni e il vicepremier Matteo Salvini – tutti schierati per l’astensione – sembra aver sortito l’effetto opposto, spingendo alcuni esponenti dell’opposizione a rilanciare. Maurizio Landini, segretario della Cgil, ha mostrato un cauto ottimismo, interpretando le parole dei leader di governo come un involontario incentivo a recarsi alle urne.
Elly Schlein, da parte sua, ha accusato Meloni di "paura del voto", sottolineando come la stessa premier, dopo le europee, avesse criticato l’alto tasso di astensionismo. "I diritti non hanno colore politico", ha aggiunto, invitando i cittadini a partecipare indipendentemente dall’orientamento. Una risposta netta alla posizione della leader di Fratelli d’Italia, che pur annunciando la sua presenza al seggio, ha precisato di non ritirare le schede per non favorire il quorum.
Proprio sul tema dei costi, Meloni ha sollevato polemiche, affermando che i referendum rappresenterebbero uno "spreco" di 400 milioni di euro. Un’affermazione smentita dai dati di Pagella Politica, che ha ricordato come la stima ufficiale del governo, contenuta nella relazione tecnica del decreto Elezioni, si aggiri invece attorno agli 88 milioni. Un dettaglio non marginale, che riapre il dibattito sull’uso strumentale delle cifre nella comunicazione politica




