La “guerra civile” degli scimpanzé di Kibale: quando il legame si spezza, nasce il nemico

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Redazione Esteri Redazione Esteri   -   Nella fitta foresta del Parco Nazionale di Kibale, in Uganda, dove da decenni i primatologi osservavano la più grande comunità di scimpanzé mai censita, qualcosa si è rotto. Non si tratta di un banale scontro per il cibo o per una femmina, bensì di una lenta e inesorabile deriva che ha trasformato ex compagni di branco in nemici letali. Il gruppo, che fino al 2015 contava circa duecento individui e mostrava una coesione sociale invidiabile, si è progressivamente polarizzato. A documentarlo è uno studio pubblicato su “Science” a firma dell’antropologo Aaron Sandel dell’Università del Texas a Austin, il quale ha ricostruito trent’anni di osservazioni sul campo per raccontare una frattura che, secondo le stime genetiche, si verifica mediamente una volta ogni mezzo millennio.

La dissoluzione di un’identità collettiva

Per capire cosa sia accaduto a Kibale, bisogna guardare ai dettagli delle interazioni quotidiane. I ricercatori hanno notato che, a partire dal 2015, i cosiddetti “cluster” occidentale e centrale – che un tempo condividevano pacificamente il territorio e si scambiavano individui – hanno iniziato a evitarsi sistematicamente. Era un segnale sottile, quasi impercettibile se paragonato alla violenza che ne sarebbe seguita, ma era il primo sintomo di una frattura insanabile. Due fattori chiave hanno innescato il meccanismo: la morte, avvenuta nel 2014, di diversi maschi adulti che fungevano da “ponti” sociali tra le due fazioni, e un successivo riassetto della gerarchia maschile che ha modificato gli equilibri di potere interni. Senza quegli individui chiave che tenevano insieme le relazioni, la rete sociale si è sgretolata, e ciò che restava di un’unica grande famiglia si è chiuso in sé stesso.

Dall’isolamento alla caccia all’ex compagno

Nel 2018 la separazione era ormai un fatto compiuto: due gruppi distinti, con territori definiti e nessuna interazione riproduttiva o sociale. Ma la pace, se così si può chiamare quella tregua armata, è durata poco. Tra il 2018 e il 2024, la fazione occidentale ha condotto almeno ventiquattro incursioni coordinate contro il gruppo centrale. Il bilancio, ricostruito dagli scienziati, parla di almeno sette maschi adulti uccisi e diciassette cuccioli strappati alla vita. Ciò che colpisce, come sottolinea lo stesso Sandel, è la natura “politica” della violenza: non si trattava di scontri per rubare il cibo, ma di vere e proprie operazioni di eliminazione nei confronti di individui che, fino a pochi anni prima, dormivano sugli stessi alberi. L’antropologo ha raccontato di aver assistito a scene di nervosismo palpabile durante gli incontri tra i due gruppi, in cui la tensione non lasciava spazio alla consueta tregua.

Uno specchio inquietante per la specie umana

C’è un aspetto, in questa cronaca proveniente dall’Uganda, che trascende la mera biologia. Per decenni si è pensato che la “guerra civile” – quel conflitto sporco che divide una stessa nazione o comunità – fosse un’esclusiva umana, legata a ideologie o differenze etniche. E invece no: gli scimpanzé di Ngogo dimostrano che basta la rottura delle reti di fiducia per creare il “noi” e il “loro”. Senza un libro sacro o una bandiera, il gruppo occidentale ha ricostruito la propria identità in contrapposizione al vicino, arrivando a uccidere chi un tempo era un alleato. L’unico precedente risaliva agli anni Settanta, quando Jane Goodall osservò un fenomeno simile a Gombe, in Tanzania; ma in quel caso gli animali erano nutriti dai ricercatori, il che gettava un’ombra di dubbio sulla naturalità dell’evento. Oggi, invece, non ci sono scuse: la “guerra civile” è un prodotto spontaneo della vita sociale dei primati, e forse, per noi umani, è un monito su quanto sia fragile la pace quando vengono meno i legami interpersonali.

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